due o tre cose su hopper e bacon

Esploso e archiviato venerdì, 30 ottobre 2009 in: nove, bacon, hopper

“È dalla vita reale che si raccolgono le storie. E le storie più incredibili sono quelle quotidiane.”
“Sono d’accordo con te.
È quasi scandaloso, per chi è in grado di accorgersene: quanta fantasia c’è nel reale, nella vita di tutti i giorni. Si tratta di ritrarla nel modo giusto, di darle forma o parola, ombra o silenzio, luce che immobilizza o buio che sospende”, continua Hopper guardando il cielo.
“Proprio così. Ma c’è un’altra cosa che considero fondamentale.
È una cosa che chi fa arte deve avere a qualunque costo”, dice Carver.
E continua: “Anche a costo di apparire banale, parlo della capacità di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa.”


Se, come intuisce anche Nove nel librino Si parla troppo di silenzio, di cui quissopra un bel passaggio, il tentativo della pittura di Hopper è quello di fissare il qui e ora (uno scoop che mi è costato 14 euro), ebbene in questo c’è una qualche forma di corrispondenza con Bacon, che sentiva la necessità di stare di fronte alla tela come se fosse, ogni volta, la prima volta. Prima volta che, va da sé, non può che collocarsi qui e ora.
Tutti e due si preparavano in modo quasi maniacale prima di un quadro, ma una volta davanti alla tela entravano in una relazione - con una parte di sé, con quel che via via nasceva sulla e dalla tela - il cui risultato finale era qualcosa di autentico - non realistico -, pur nella rappresentazione. Bacon afferma questo e quindi ne abbiamo le prove, non so se Hopper l’abbia mai detto; io questo tentativo di relazione l’ho avvertito tutto osservando le pennellate di Morning Sun: quasi povere, esitanti, a fronte di schizzi preparatori iperprecisi; laddove, invece, ben ricordo la decisione e la sontuosità quasi ridondante nel tratto di Bacon. La passione non sembra far parte del mondo emotivo di Hopper; una delle opere degli ultimi anni è Sun in a Empty Room. Non so se tra i suoi contemporanei ci sia stato chi lo paragonava più a un artigiano che a un artista; una delle critiche che gli veniva mossa era che non sapeva ritrarre i volti. Menzogna: in alcuni lavori, è vero, i lineamenti sono come accennati, o cancellati, ma ci sono opere e soprattutto autoritratti in cui la bravura di Hopper ritrattista emerge splendente e senza nubi. No, se i volti in quadri come Sunday o come Cape Code Evening hanno connotati deformi o inespressivi, è perché paiono fermati in movimento e quindi, a seconda, sfocati o mossi. Indefiniti. Mentre il resto: il paesaggio, le case, le stazioni, le strade, e la luce su paesaggio, case, stazioni, strade, è reso con una lucidità da sala operatoria (e però pur sempre esitante: in Morning Sun è commovente il trapelare del rosa nella porzione di luce sul muro dietro la donna). Sicché rimane qualcosa d’inspiegato: questi volti, queste maschere, di nuovo lo avvicinano a Bacon. Chissà: se prendiamo per buona l’intuizione iniziale del qui e ora, si può pensare che quei soggetti si trovino, almeno in parte, in un altrove spaziotemporale. Oppure sono, più semplicemente, la confessione di un certo disinteresse?

Compagno e amante di Bacon fu a un certo punto un ladro, George Dyer. Lo trovò in casa sua: lo stava derubando. Questo fatto mi ha sempre affascinato. Che lavoro interiore ci vuole per vedere uno che ti è entrato in casa col proposito di derubarti come un possibile partner? Bacon doveva essere, quantomeno, una persona di larghe vedute: gli chiese di spogliarsi e di raggiungerlo a letto. La relazione finì sette anni dopo, col suicidio di Dyer.
Hopper si sposa invece dopo i quaranta con una collega coetanea, Jo. E vive fino alla morte con Jo, dedica un sacco di lavori a Jo, dipinge Jo; da quando la sposa, tutte le donne dei suoi quadri sono Jo, che lo convinse a non avere altre modelle. Fu il suo supporto, gli fece anche da agente. C’è uno schizzo a matita, nella mostra di Milano, in cui Jo e il suo gatto - in forma umanoide - sono seduti a tavola; mangiano e il gatto osserva beffardo un Hopper piccolo e ignudo strisciare ai piedi del tavolo elemosinando del cibo. Forse però l’opera che spiega meglio la natura del loro legame è l’ultima: Two Comedians.

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excursion by philosophy

Esploso e archiviato venerdì, 23 ottobre 2009 in: cuentos, philosophy, hopper
excursion into philosophy
Si coricò tardi, verso l’una di notte. Sedette e poi si stese, appoggiando cauto prima i talloni, le gambe, e poi le reni e il dorso, fino a sistemare la testa sul cuscino.
Cominciò dopo pochi minuti a sudare, gocciolando dalla fronte sul petto, infradiciando i capelli che a ciocche gli aderivano al cranio, lucidi come molluschi. In realtà la notte era fresca e le finestre aperte; forse era la posizione distesa che gli faceva soffoco. Stette alcuni minuti immobile, respirando piano.
Continuava a buttar acqua. Non si volle però subito alzare, preferì rimanere a letto e girarsi sul fianco destro, verso il muro. Si sentiva spossato e non credeva che andare in cucina e accendere la tivù avrebbe risolto le cose; il pensiero dello schermo acceso e - soprattutto - delle cosce nude a contatto con la seduta dell’impilabile in plastica nera gli faceva troppo caldo.
Sudava solo dalla testa. Presto una chiazza bagnata si riformò tra il bordo del cuscino e il materasso. Decise per la doccia.
Tornò a letto che aveva quasi freddo e per un momento pensò di chiudere i vetri, poi si limitò a coprirsi col lenzuolo.
Non aveva sonno nemmeno un po’, adesso. Prese dal pavimento un libro che stava leggendo, uno dei tre o quattro che aveva iniziati; diede un’occhiata alla pagina con l’angolo piegato, non ricordando dove fosse arrivato, passò alla seguente, lesse due o tre parole nei primi paragrafi e richiuse.
Era quasi mattino e non c’era verso di dormire; cominciava a essere urtato da tutto ciò che proveniva da lei, che nel sonno quasi non cambiava posizione, limitandosi a piccoli aggiustamenti, talvolta sospirando. A ogni spostamento del corpo accanto al suo, l’unico frammento di sonno che sentiva galleggiare nello spazio del proprio cervello lucido e iperattivo si faceva sempre più evanescente.
Ora la luce filtrava fioca dalle persiane e lei, su un fianco e con la guancia poggiata sul cuscino, lo stava osservando.
"Anche stanotte non hai dormito?", mormorò.
"Sì…", si sentì gemere con voce soffocata. Desiderava essere toccato, ma non accadde nulla. In compenso si sentiva scrutato nelle pieghe della faccia.
"Io mi alzo".
"Ma è ancora presto".
Si levò a sedere e con la coda dell’occhio vide che lei stava allungando la mano, forse per carezzargli la schiena. Troppo tardi, aveva già preso lo slancio per tirarsi su e la mano ricadde sul materasso. Lo scarso tempismo di quel gesto lo infastidì non poco.
(2003)

Dopo aver visto la mostra su Edward Hopper a Palazzo Reale non riesco a non riproporre questo robino di qualche anno fa. Mi si perdoni l'autoreferenzialità (si sa: autoreferenza, fai la penitenza...).
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alla faccia dell'anomalia

Esploso e archiviato venerdì, 16 ottobre 2009 in: massoneria, gelli, p2 , cafonano
Domanda: perché è normale che il governo stia eseguendo il programma politico di uno che è stato condannato, tra l'altro, per "calunnia aggravata dalla finalità di terrorismo per aver tentato di depistare le indagini sulla strage alla stazione di Bologna"?

Licio Gelli dice che il cafonano è l’esecutore del programma della P2. E' vero. Pure nelle minchiate. Come quando se ne uscì con la storia che voleva abolire i ponti. Ecco, paro paro: b3) eliminazione delle festività infrasettimanali e dei relativi ponti (salvo 2 giugno - Natale - Capodanno e Ferragosto) da riconcedere in un forfait di 7 giorni aggiuntivi alle ferie annuali di diritto - dal piano di rinascita italiana di Gelli, che contiene anche espressioni molto amate dal governo, come “chiudere i rubinetti”. O cafonani scarsissimi e privi di fantasia! Un bel dossier riproposto qualche giorno fa da Indymedia Lombardia, dalla P2 a Forza Italia e il piano rinascita, conclude: Sono praticamente la metà, ventuno su quarantacinque, i punti che il Programma di Forza Italia ha in comune con quelli del Piano di Rinascita democratica della loggia P2 ritrovato nel lontano 1981, ossia ben dodici anni prima della costituzione da parte di Silvio Berlusconi del partito di Forza Italia. Coincidenze di qualsiasi tipo, che spaziano dalla riforma istituzionale (in entrambi vi è l’aspirazione alla Repubblica di tipo presidenziale) alla riorganizzazione ministeriale, con in primis l’accorpamento dei ministeri economici; dalla struttura dell’associazione creata (piccoli clubs d’elite) al ruolo di simpatizzanti cui relegare un nucleo scelto di giornalisti (ruolo cui Berlusconi ha posto i vari Emilio Fede, Paolo Liguori e gli altri professionisti del settore sul suo libro paga); le picconate alla Rai e il desiderio di assoggettamento della magistratura; dalla riforma fiscale agli attacchi ai movimenti sindacalisti; dalla riforma sanitaria al sistema maggioritario. E naturalmente non si tratta di idee rimaste scritte in un programma, ma di provvedimenti e riforme per la maggior parte attuate regolarmente. Di anni ne sono passati non dodici, ma ventidue da quel 1981 allo scorso 16 settembre, giorno in cui il governo ha varato un importante disegno di legge che modificherà metà della nostra Carta Costituzionale, e che nelle previsioni di Berlusconi dovrebbe essere legge nel 2004 dopo i consueti passaggi alla Camera e al Senato. Sono molti i punti di questo nuovissimo disegno che attualizzano il Piano piduista più di vent’anni dopo, come abbiamo visto: il rafforzamento dei poteri del premier col passaggio di fatto alla formula del “premierato”, lo snellimento di Camera e Senato, soprattutto la fine del bipolarismo perfetto con la “regionalizzazione” (federalizzazione) del Senato. Si tratta dell’ultima, non dell’unica legge-riforma di questo governo (che vanta nella rosa dei suoi ministri due altri ex piduisti come Berlusconi: Antonio Martino alla Difesa e Giuseppe Pisanu agli Interni) che richiama esplicitamente quel Piano: la riforma del ministro Letizia Moratti ha risistemato (o pretende di risistemare, data la mancanza di fondi evidenziata dalla Finanziaria) il settore scolastico, la legge Gasparri in materia di comunicazione è stata giudicata da molti anticostituzionale e favorisce il monopolio privato del Cavaliere, anche attraverso la cancellazione della vecchia e trasgredita imposizione di mandare Retequattro sul satellite; prima ancora, lo scorso Natale, l’ampio dibattito sul presidenzialismo tirato in ballo da Berlusconi, che puntava forte alla presidenza della Repubblica a fine mandato e che invece adesso ripiega sul premierato; la ventilata riforma delle pensioni, come già evidenziato, ricalca molti dei punti che stavano a cuore al vecchio Piano. Che vecchio rimane, anagraficamente; ma che per alcuni versi non è mai sembrato più attuale, in balia come siamo di una virata autoritaria.
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Un istante blu

Esploso e archiviato venerdì, 09 ottobre 2009 in: viaggi, gatti, istanbul
sultanahmet camiiTanto è durato il viaggio a Istanbul, anche se alla fine pareva di starci da un sacco di tempo.
Adesso, per scrivere questo post, bastano pochi minuti: getto manciate di colori, a partire da un blu che si fonde col verde delle rive del Bosforo e tinge di riflessi l’acqua grigia e lattiginosa che sfocia nel Mar Nero. Il Mar Nero! Il Mar Nero in quei giorni era un atto di fede, non si vedeva nulla oltre i due promontori, poteva esser mare, o cielo, o nebbia, ma quel che c’era al di là era Asia, indubitabilmente Asia, e la sentivo, la percepivo, così immensa e incomprensibile e però non spaventosa; nel paesino di Anadolu Kavagi, l’ultima tappa del barcone salpato alle dieci e mezza da Eminonu, mentre mi inerpicavo per raggiungere un castello diroccato ho incontrato una donna e le ho sorriso, ricambiata: la conoscevo, paffuta e senza collo, col suo foulard variopinto: una matrioska. Così come all’uscita dalla piccola moschea di Santa Sofia, in un negozietto, ci mostravano dei caftani antichi, provenienti dall’Uzbekistan, realizzati un centinaio d’anni fa con seta cinese. E così come i commercianti parlano giapponese, russo, ma anche - sorprendentemente - italiano, oltre che inglese e spagnolo, e confermano nelle parole la fama della loro città, ponte e crocevia.
Blu, blu allora, col bianco di trina dei capitelli nelle moschee, e delle piccole meduse intorno al battello, e una punta d’oro, lama di sole che si fa strada attraverso il cielo di piombo e colpisce lo scafo di una nave, e decorazione di cupole e guglie.
Blu è anche il cielo lunare, da favola - una favola che parla di una fanciulla rinchiusa in una torre su un’isola in mezzo allo stretto -, il cielo che osserviamo, naso all’insù, intorno alla gigantesca torre di Galata, nella città luminosa dei gatti, moltitudini di felini giovani e magri, spesso sfrontati oltre che affamati di cibo e di carezze. Anche gli uomini sono impudenti - e, pare, altrettanto inaffidabili -, a noi donne occidentali fanno carezze ovunque, ci rapiscono all’interno dei negozi, ci massaggiano, ci prendono la testa e ci stampano un bacio sulla guancia come fanno i bambini; ma noi, dalla terrazza dell’albergo, abbiamo visto alcune donne, velate, nel cortile verde della moschea di Sokollu, abbracciarsi e baciarsi, giocare, salire sugli sgabelli e ballare qualcosa di simile al twist. Gli uomini ci fanno complimenti, offrono tè, offrono se stessi, offrono anche, se venditori, sconti sulle merci nell’ennesima contrattazione. Solo l’ultimo giorno trovo il tono giusto per avere l’ultima parola col tizio che dopo aver accettato una certa cifra per tre bottiglie di vino - non per me - sta ritrattando: Pliiiis, pliiiiis, let the lady have her wine at the right price… parlo un inglese molto opinabile ma la spunto, e il vecchio sogghignando compiaciuto tira fuori da sotto il bancone un barattolo con degli euro in moneta e ci dà il resto.
Questa cosa della contrattazione mi sfianca, e a un certo punto sono anche troppo stanca per continuare a dire no, non voglio niente, oppure sono di Torino (vorrei un bel cartello al collo con la provenienza, anzi un bavaglino con su scritto NON BACIATEMI) a quelli che dai ristoranti urlano CIAO BELLA, e poi, quando ripassiamo, CIAO BELLA AGAIN.
È un’attenzione continua e non molto gradita a chi viaggia cercando di dimenticarsi, ma è impossibile sfuggire e non ridere, quando anche dopo cena, levando lo sguardo, noto un tizio in cima a un palazzo che ci sorride e ci fa gesti; oppure quando, poco dopo, siamo rapite dall’ennesimo micio e ci si avvicina un ragazzotto dicendo che lui ha un video proprio di quel gatto lì...
Blu è il riflesso delle ciglia nerissime in certi occhi dalle pupille scure o verdi, il bianco splendente d’azzurro: sono quasi tentata, ma è un attimo.
E blu è anche l’atmosfera dell’ultimo giorno, quando, dopo aver visto il Topkapi, aspettiamo un kebab sedute fuori da un locale in piazza At, e osserviamo una giovane coppia fumare il narghilè, e un gruppo di persone giocare a backgammon; è domenica pomeriggio, e vorremmo restare lì per ore, pigramente, a parlare di quel che vogliamo ancora vedere, o a tacere aspettando di sentire la voce dei muezzin in stereofonia.
Blu e poi rosso: i fili di zafferano iraniano, i fili dei kilim sono color del sangue coagulato, mentre le mille bandiere che sventolano in città e sulle rive del Bosforo, e che ricordo di aver visto dalle isole del Dodecanneso, hanno una tonalità squillante; forse indice, questa profusione dell’emblema nazionale, di una paura di dissolversi.
Rosso aspro di melagrana per dissetarsi, e poi ancora blu. Un colore che è nel nome occidentale di un posto magico, il primo che abbiamo visitato: la Sultanahmet Camii. Sui tappeti rossi corre un bimbetto, solo: noi turisti stiamo al di qua della zona dedicata alla preghiera, mentre la luce si diffonde dalle vetrate e disegna ricami sulle pareti, rimbalza sugli archi e sulle colonne decorate con grazia finissima, esplode dalle corone di lampade, e Sultanahmet appare nella sua irrealtà di giardino di canditi spolverati di zucchero a velo, delicata materia cangiante come una cassa di lokum*.
 lokum
* che in inglese si dice turkish delight: a me han detto invece che sono un’italian delight, che mi piace, e me lo tengo. E mi tengo il profumo penetrante delle collane di chiodi di garofano al gran bazaar, fino alla prossima volta.
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non dire gatto

Esploso e archiviato mercoledì, 07 ottobre 2009 in: viaggi, gatti, istanbul
Certi viaggi sono un po' la prosecuzione di altri. Presempio a Barcellona ho comprato il koinobori che non ero riuscita a trovare in Giappone. Invece, in Sardegna già dal secondo giorno minacciavo il mio compagno di viaggio di abbandonarlo per un gattone grigio che appena vedeva me si buttava panza all'aria e quando incrociava lui fuggiva a razzo. Detto fatto: a Istanbul mi son fidanzata. Quella città è piena di gatti magnifici, la più parte socievole fino all'invadenza. Questo ronfino incontrato nel retro della Küçük Ayasofya Camii (piccola moschea Santa Sofia) m'è prima saltato in testa (da terra) e poi al collo (da un tavolino).

 
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san michele a murato

Esploso e archiviato venerdì, 25 settembre 2009 in: viaggi, corsica
 
 

Come il tempio di Segesta, la chiesa di San Michele a Murato, nella zona del Nebbio in Corsica, sorge su un prato. E, anche qui, la vista spazia su un golfo: quello di Saint-Florent. Quanto di bello possono (potevano?)  realizzare, gli esseri umani e la natura, insieme. Ora, però, che a parlare siano agli autori della vecchia guidina CLUP sulla Corsica, Tullio Bagnati e Albano Marcarini: L’uso dei superlativi è spesso ridondante nelle guide, ponendo in eccessiva luce attrattive che andrebbero valutate in relazione ad altre; se essi però convincono dell’opportunità di una visita, nel probabile ristretto elenco delle cose da vedere, permetteteci di spenderne almeno idealmente alcuni per questo edificio che a ragione è ritenuto “il gioiello delle chiese corse”. La chiesa è situata in splendido isolamento sulla cresta prativa che divide  le valli del Bevinco (a sud) e dell’Aliso (a nord), inquadrando in un solo colpo d’occhio l’intera regione del Nebbio fino al mare. Almeno due sono le sue particolarità: il campanile innalzato sul portico e l’accostamento policromo del materiale da costruzione. In modo regolare o fantasioso, pietre calcaree bianche sono avvicinate a pietre verdi scistose (serpentino) secondo una tendenza che è possibile ritrovare anche in diverse chiese toscane del XII secolo. […] San Michele sorge sui resti di un precedente edificio religioso; parte del materiale primitivo è stato reimpiegato nella nuova costruzione assegnabile al XII secolo.

Marcarini e Bagnati sostengono che il Capo Corso sia imperdibile. Beh, è vero. Qui, per gli increduli, lo slideshow.
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