
Tanto è durato il viaggio a Istanbul, anche se alla fine pareva di starci da un sacco di tempo.
Adesso, per scrivere questo post, bastano pochi minuti: getto manciate di colori, a partire da un blu che si fonde col verde delle rive del Bosforo e tinge di riflessi l’acqua grigia e lattiginosa che sfocia nel Mar Nero. Il Mar Nero! Il Mar Nero in quei giorni era un atto di fede, non si vedeva nulla oltre i due promontori, poteva esser mare, o cielo, o nebbia, ma quel che c’era al di là era Asia, indubitabilmente Asia, e la sentivo, la percepivo, così immensa e incomprensibile e però non spaventosa; nel paesino di Anadolu Kavagi, l’ultima tappa del barcone salpato alle dieci e mezza da Eminonu, mentre mi inerpicavo per raggiungere un castello diroccato ho incontrato una donna e le ho sorriso, ricambiata: la conoscevo, paffuta e senza collo, col suo foulard variopinto: una matrioska. Così come all’uscita dalla piccola moschea di Santa Sofia, in un negozietto, ci mostravano dei caftani antichi, provenienti dall’Uzbekistan, realizzati un centinaio d’anni fa con seta cinese. E così come i commercianti parlano giapponese, russo, ma anche - sorprendentemente - italiano, oltre che inglese e spagnolo, e confermano nelle parole la fama della loro città, ponte e crocevia.
Blu, blu allora, col bianco di trina dei capitelli nelle moschee, e delle piccole meduse intorno al battello, e una punta d’oro, lama di sole che si fa strada attraverso il cielo di piombo e colpisce lo scafo di una nave, e decorazione di cupole e guglie.
Blu è anche il cielo lunare, da favola - una favola che parla di una fanciulla rinchiusa in una torre su un’isola in mezzo allo stretto -, il cielo che osserviamo, naso all’insù, intorno alla gigantesca torre di Galata, nella città luminosa dei gatti, moltitudini di felini giovani e magri, spesso sfrontati oltre che affamati di cibo e di carezze. Anche gli uomini sono impudenti - e, pare, altrettanto inaffidabili -, a noi donne occidentali fanno carezze ovunque, ci rapiscono all’interno dei negozi, ci massaggiano, ci prendono la testa e ci stampano un bacio sulla guancia come fanno i bambini; ma noi, dalla terrazza dell’albergo, abbiamo visto alcune donne, velate, nel cortile verde della
moschea di Sokollu, abbracciarsi e baciarsi, giocare, salire sugli sgabelli e ballare qualcosa di simile al twist. Gli uomini ci fanno complimenti, offrono tè, offrono se stessi, offrono anche, se venditori, sconti sulle merci nell’ennesima contrattazione. Solo l’ultimo giorno trovo il tono giusto per avere l’ultima parola col tizio che dopo aver accettato una certa cifra per tre bottiglie di vino - non per me - sta ritrattando:
Pliiiis, pliiiiis, let the lady have her wine at the right price… parlo un inglese molto opinabile ma la spunto, e il vecchio sogghignando compiaciuto tira fuori da sotto il bancone un barattolo con degli euro in moneta e ci dà il resto.
Questa cosa della contrattazione mi sfianca, e a un certo punto sono anche troppo stanca per continuare a dire
no, non voglio niente, oppure
sono di Torino (vorrei un bel cartello al collo con la provenienza, anzi un bavaglino con su scritto NON BACIATEMI) a quelli che dai ristoranti urlano CIAO BELLA, e poi, quando ripassiamo, CIAO BELLA AGAIN.
È un’attenzione continua e non molto gradita a chi viaggia cercando di dimenticarsi, ma è impossibile sfuggire e non ridere, quando anche dopo cena, levando lo sguardo, noto un tizio in cima a un palazzo che ci sorride e ci fa gesti; oppure quando, poco dopo, siamo rapite dall’ennesimo micio e ci si avvicina un ragazzotto dicendo che lui ha un video proprio di quel gatto lì...
Blu è il riflesso delle ciglia nerissime in certi occhi dalle pupille scure o verdi, il bianco splendente d’azzurro: sono quasi tentata, ma è un attimo.
E blu è anche l’atmosfera dell’ultimo giorno, quando, dopo aver visto il Topkapi, aspettiamo un kebab sedute fuori da un locale in piazza At, e osserviamo una giovane coppia fumare il narghilè, e un gruppo di persone giocare a backgammon; è domenica pomeriggio, e vorremmo restare lì per ore, pigramente, a parlare di quel che vogliamo ancora vedere, o a tacere aspettando di sentire la
voce dei muezzin in stereofonia.
Blu e poi rosso: i fili di zafferano iraniano, i fili dei kilim sono color del sangue coagulato, mentre le mille bandiere che sventolano in città e sulle rive del Bosforo, e che ricordo di aver visto dalle isole del Dodecanneso, hanno una tonalità squillante; forse indice, questa profusione dell’emblema nazionale, di una paura di dissolversi.
Rosso aspro di melagrana per dissetarsi, e poi ancora blu. Un colore che è nel nome occidentale di un posto magico, il primo che abbiamo visitato: la
Sultanahmet Camii. Sui tappeti rossi corre un bimbetto, solo: noi turisti stiamo al di qua della zona dedicata alla preghiera, mentre la luce si diffonde dalle vetrate e disegna ricami sulle pareti, rimbalza sugli archi e sulle colonne decorate con grazia finissima, esplode dalle corone di lampade, e Sultanahmet appare nella sua irrealtà di giardino di canditi spolverati di zucchero a velo, delicata materia cangiante come una cassa di
lokum*.
* che in inglese si dice
turkish delight: a me han detto invece che sono un’
italian delight, che mi piace, e me lo tengo. E mi tengo il profumo penetrante delle collane di chiodi di garofano al gran bazaar, fino alla prossima volta.