Virtuosismo e divinitÃ
Esploso e archiviato mercoledì, 14 maggio 2008 in: libri, ninfe, esiti resistenziali, il peso della mole
Da cui, tra altre robe, si evince che, se disciplina e allenamento non necessariamente portano a uno stato divino, possono almeno contribuire al raggiungimento di un'olimpica calma.
Precisazione 1: nonostante quanto sopra, metà del titolo non c'entra una mazza, ma lo lascio per gli eventuali detrattori, che almeno abbian qualcosa di bello da leggere (e però non vadano oltre, consiglio).
Precisazione 2: gagno vuol dire piccolo, cioè bambino.
Il martedì ho ripreso ad andare a yoga. Ci vado in bus all'andata, e al ritorno la faccio a piedi, di solito in stato di grande serenità. Però man mano che mi avvicino a casa penso sempre più insistentemente alla cena, e non di rado compro qualcosa: kebab, pizza, o pollo arrosto, che son tutte robe che trovo in quantità sul mio cammino, insieme ai soliti bar che ti riempiono di roba, praticamente ti danno da cena insieme all'aperitivo, e che non lo so, ultimamente mi fan tristezza pure quelli. Probabile stia diventando una rigida conservatrice, l'aperitivo è bere qualcosa e spilluzzicare, poi la cena è un'altra cosa.
Anni fa - ora ha chiuso - c'era un'enoteca vicino a casa mia, che offriva insieme ai calici poche ma ottime, ancorché economiche, robe: grissinoni, pezzi di formaggio, cubetti di mortadella. Tu bevevi al bancone, cianciavi un po' con il convitato o coi gestori, e poi te ne andavi al tuo destino, spesso a cena lì intorno. I ristoratori della zona avrebbero dovuto fare una petizione per tenerla aperta, quell'enoteca; anche solo perché, come per la Ca' de' Vèn di Ravenna, il suo motto era: Life is too short to drink bad wine.
E insomma era un po' che non andavo a yoga, ora per recuperare andrò pure il giovedì sera. Sono però contenta di essere mancata la scorsa volta, perché pare che per un'ora la pratica insegnata sia stato il lavaggio del naso, quindi via vai dalla palestra al bagno per sette otto persone per, appunto, un'oretta, a riempirsi le nari e poi a snufiare via del liquido (immagino). Mia madre questa cosa, senza esser zen (o forse essendo zen a mia insaputa), la fa con acqua e sale, e anzi mi raccomanda sempre di farlo, e anzi stasera mi sa che lo faccio.
A parte; al capolinea del bus, accoccolato sul cassone vicino alle porte davanti, c'è un gagno, col capello castano lungo e raccolto in un barbaro codo in vetta al cranio, tutto vestito un po' mollo e cascante, morbidi son pure i riccioletti che gli cascano fuori dal codo e gli accarezzano il collo. Poi è paffuto ma in via di smagrimento, con gli occhioni mori e il broncio; non è alto un metro. Sta lì, e quando sale il conducente subito lo nota e gli dice di scendere, sennò il bus non partirà. Naturalmente il gagno non ne vuole sapere; anche la madre, una fricchettona probabilmente ex bella e ora solo trasandata nonché carica di borse, l'appella: Dionis! Vieni qui, te l'avevo detto che non potevi stare, vieni qui vicino a me!
Ma il nanetto è capatosta e intona una lotta a urli sia con la madre sia col conducente, tanto che in cuor mio lo maledico, mi farà arrivare in ritardo a yoga. Infine, vinto, scappa singhiozzando in fondo al bus. Dopo qualche fermata si riavvicina ma ancora non si siede accanto alla madre, si lamenta della sua condizione d'impotenza, alla fine si mette quieto e inizia a conversare: Se lo guidavi tu, mamma, potevo stare lì davanti. Mi viene da piaggele!
Dionis è sozzo e fetente, e quando passa lascia la scia (e l'ascia? no, niente), ma non conosce i telefonini. Non sa che cosa sono. Del resto: Zeus, pure lui, chissà che tanfo emanava. E gli serviva forse il cellulare?
p.s. pare che il padre di Dioniso sia proprio Zeus. Sulla madre invece ci sono varie ipotesi, ma la più solida, sempre secondo wikipedia, è relativa a Semele, figlia di Cadmo e Armonia, le cui nozze danno il titolo a un famoso e bel libro di Calasso, autore anche del piccolo delizioso La follia che viene dalle ninfe, che stavo leggendo in quest'altro viaggio; capolinea.
Precisazione 1: nonostante quanto sopra, metà del titolo non c'entra una mazza, ma lo lascio per gli eventuali detrattori, che almeno abbian qualcosa di bello da leggere (e però non vadano oltre, consiglio).
Precisazione 2: gagno vuol dire piccolo, cioè bambino.
Il martedì ho ripreso ad andare a yoga. Ci vado in bus all'andata, e al ritorno la faccio a piedi, di solito in stato di grande serenità. Però man mano che mi avvicino a casa penso sempre più insistentemente alla cena, e non di rado compro qualcosa: kebab, pizza, o pollo arrosto, che son tutte robe che trovo in quantità sul mio cammino, insieme ai soliti bar che ti riempiono di roba, praticamente ti danno da cena insieme all'aperitivo, e che non lo so, ultimamente mi fan tristezza pure quelli. Probabile stia diventando una rigida conservatrice, l'aperitivo è bere qualcosa e spilluzzicare, poi la cena è un'altra cosa.
Anni fa - ora ha chiuso - c'era un'enoteca vicino a casa mia, che offriva insieme ai calici poche ma ottime, ancorché economiche, robe: grissinoni, pezzi di formaggio, cubetti di mortadella. Tu bevevi al bancone, cianciavi un po' con il convitato o coi gestori, e poi te ne andavi al tuo destino, spesso a cena lì intorno. I ristoratori della zona avrebbero dovuto fare una petizione per tenerla aperta, quell'enoteca; anche solo perché, come per la Ca' de' Vèn di Ravenna, il suo motto era: Life is too short to drink bad wine.
E insomma era un po' che non andavo a yoga, ora per recuperare andrò pure il giovedì sera. Sono però contenta di essere mancata la scorsa volta, perché pare che per un'ora la pratica insegnata sia stato il lavaggio del naso, quindi via vai dalla palestra al bagno per sette otto persone per, appunto, un'oretta, a riempirsi le nari e poi a snufiare via del liquido (immagino). Mia madre questa cosa, senza esser zen (o forse essendo zen a mia insaputa), la fa con acqua e sale, e anzi mi raccomanda sempre di farlo, e anzi stasera mi sa che lo faccio.
A parte; al capolinea del bus, accoccolato sul cassone vicino alle porte davanti, c'è un gagno, col capello castano lungo e raccolto in un barbaro codo in vetta al cranio, tutto vestito un po' mollo e cascante, morbidi son pure i riccioletti che gli cascano fuori dal codo e gli accarezzano il collo. Poi è paffuto ma in via di smagrimento, con gli occhioni mori e il broncio; non è alto un metro. Sta lì, e quando sale il conducente subito lo nota e gli dice di scendere, sennò il bus non partirà. Naturalmente il gagno non ne vuole sapere; anche la madre, una fricchettona probabilmente ex bella e ora solo trasandata nonché carica di borse, l'appella: Dionis! Vieni qui, te l'avevo detto che non potevi stare, vieni qui vicino a me!
Ma il nanetto è capatosta e intona una lotta a urli sia con la madre sia col conducente, tanto che in cuor mio lo maledico, mi farà arrivare in ritardo a yoga. Infine, vinto, scappa singhiozzando in fondo al bus. Dopo qualche fermata si riavvicina ma ancora non si siede accanto alla madre, si lamenta della sua condizione d'impotenza, alla fine si mette quieto e inizia a conversare: Se lo guidavi tu, mamma, potevo stare lì davanti. Mi viene da piaggele!
Dionis è sozzo e fetente, e quando passa lascia la scia (e l'ascia? no, niente), ma non conosce i telefonini. Non sa che cosa sono. Del resto: Zeus, pure lui, chissà che tanfo emanava. E gli serviva forse il cellulare?
p.s. pare che il padre di Dioniso sia proprio Zeus. Sulla madre invece ci sono varie ipotesi, ma la più solida, sempre secondo wikipedia, è relativa a Semele, figlia di Cadmo e Armonia, le cui nozze danno il titolo a un famoso e bel libro di Calasso, autore anche del piccolo delizioso La follia che viene dalle ninfe, che stavo leggendo in quest'altro viaggio; capolinea.
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illustrazione tratta da un carnet di