Cuca
E' da un po' che ho in mente Cuca, donna affascinante conosciuta in Spagna dodici anni fa. All'epoca aveva 36 anni e io 28. Ci incontrammo a un seminario di una settimana al monastero de La Rabida, Palos de la Frontera. Certi posti della Spagna son così, il nome richiama viaggi all'esplorazione del mondo; altri paesaggi brulli di terra ocra e ulivi bassi in posa geometrica, certe posadas, fanno pensare a cavalieri caracollanti sui ronzini.
Il seminario era sui movimenti indigeni dell'America Latina. Com'è logico, c'erano anche dei rappresentanti delle comunità indigene. Ricordo una boliviana e un mapuche cileno. Imparai che esistevano anche i mapuche stanziati in Argentina; ma gli argentini si vantavano di essere un popolo di origine europea, e di non avere segmenti indigeni nella composizione demografica, a differenza di tutti gli altri paesi del sud America. Questo ce lo disse appunto un argentino, un damerino come tanti dei suoi compatrioti, che mi ricordava nell'eleganza un po' dandy un docente qui a Torino, col quale in effetti condivideva la provenienza.
Dire che mi ricordo delle cose di preciso non sarebbe preciso. Ho in mente come dei flash: l'indigena boliviana che racconta di catene umane per il riconoscimento dei diritti, dei tentativi alcune volte riusciti di coinvolgere la popolazione non indigena, delle sempiterne ingerenze statunitensi, ma anche, e soprattutto, di nomi dati agli alberi, di parole d'affetto e preoccupazione per la terra e quel che ci vive sopra. Poi la bellezza delle relazioni, degli scambi e degli sguardi, qualche incontro interessante con altri latinoamericani, che la Spagna è un avamposto verso le Americhe e infatti molti americani stanno in Spagna, e in specie però l'incontro con la Cuca, che invece era proprio di Siviglia, per la precisione di Triana, che è un quartiere di là dal Guadalquivir, amato dai sivigliani per tanti motivi, primo per tutti la Virgen de Triana, venerata almeno quanto la Virgen de Macarena, perchè ogni quartiere ha la sua Virgen. Io Triana già lo conoscevo. Per il lungofiume dove si mangiano piccoli crostacei o certe lumachelle nei chioschi, per un cinema a due sale, il Corona Center, che fa film belli e dove infatti vidi, fidanzata da un giorno, Caro Diario di Moretti: proposta fatta dal neomoroso sivigliano per allettare l'italiana che è in me. Lo specifico, perché mi vergogno dei connazionali miei che cercano l'italia all'estrangero; ma poi, chi se ne importa. Sul lungofiume è bello impigrirsi e leggere tra l'ombra e il sole, stiracchiarsi con un cafè con leche o una cerveza e due tapas sbocconcellate senza fretta.
A ogni modo.
La Cuca era una donna non bella: era intensa; e, dunque, più bella ancor. Sembrava lei pure un'india, con la pelle olivastra e un po' segnata, la chioma nera nera, che da bimba le fruttò il soprannome di cucaracha. Ma quel ch'era splendido in lei era la voce: roca, profonda, poche parole lapidarie o un flusso breve, di corsa; e la risata di pancia, quella vera, che rimbalzava in gola. (La voce, a tratti, di Marisa Paredes.) Un paio di volte al giorno Cuca mi rapiva e scappavamo dal gruppo per farci le canne. Io trascuravo le compagnucce italiane con cui ero venuta al seminario.
Una volta tornate a Siviglia prendemmo a frequentarci. Ricordo dei pomeriggi a casa sua, dopo pranzo; mi raccontava di un suo uomo già sposato, dei viaggi a Panama da medico senza frontiere. Io che adesso ho 40 anni e sono più vecchia di quanto lei fosse allora, ricordo quella che all'epoca mi pareva gran maturità, quel suo essere donna leale e generosa, come quando disse: "se decidi di venire a vivere qui non dovrai rinfacciarglielo mai"; dicesi Nobiltà d'Animo, Cuca insegnava quella cosa rara.
Poi tornai a Torino, poi lasciai il moroso. E corrisposi per posta con la Cuca per un po', ma poi, poi, poi, presa dal vortice della vita qui, cominciai a rispondere con troppo ritardo, e alla fine non risposi più. La cercai cinque anni fa, quando tornai un'estate a Siviglia. Non rispose lei, allora. Un uomo, nel 1995, mi aveva detto nei primi giorni che stavo lì in Andalusia, che era molto difficile diventare amici di un sivigliano, ma se questo succedeva era per sempre. In questo sono un po' sivigliana pure io, che ho nel cuore persone che non vedo più da anni, e le immagino invecchiare, o rimanere intatte, a fumare riempiendosi la bocca, a bere una birra a Santa Cruz, a fantasticare di vite d'altri ancora, a non poter abbandonare quella città mai, liberi e prigionieri bajo la sombra de la Giralda.
E' da un po' che ho in mente Cuca, donna affascinante conosciuta in Spagna dodici anni fa. All'epoca aveva 36 anni e io 28. Ci incontrammo a un seminario di una settimana al monastero de La Rabida, Palos de la Frontera. Certi posti della Spagna son così, il nome richiama viaggi all'esplorazione del mondo; altri paesaggi brulli di terra ocra e ulivi bassi in posa geometrica, certe posadas, fanno pensare a cavalieri caracollanti sui ronzini.
Il seminario era sui movimenti indigeni dell'America Latina. Com'è logico, c'erano anche dei rappresentanti delle comunità indigene. Ricordo una boliviana e un mapuche cileno. Imparai che esistevano anche i mapuche stanziati in Argentina; ma gli argentini si vantavano di essere un popolo di origine europea, e di non avere segmenti indigeni nella composizione demografica, a differenza di tutti gli altri paesi del sud America. Questo ce lo disse appunto un argentino, un damerino come tanti dei suoi compatrioti, che mi ricordava nell'eleganza un po' dandy un docente qui a Torino, col quale in effetti condivideva la provenienza.
Dire che mi ricordo delle cose di preciso non sarebbe preciso. Ho in mente come dei flash: l'indigena boliviana che racconta di catene umane per il riconoscimento dei diritti, dei tentativi alcune volte riusciti di coinvolgere la popolazione non indigena, delle sempiterne ingerenze statunitensi, ma anche, e soprattutto, di nomi dati agli alberi, di parole d'affetto e preoccupazione per la terra e quel che ci vive sopra. Poi la bellezza delle relazioni, degli scambi e degli sguardi, qualche incontro interessante con altri latinoamericani, che la Spagna è un avamposto verso le Americhe e infatti molti americani stanno in Spagna, e in specie però l'incontro con la Cuca, che invece era proprio di Siviglia, per la precisione di Triana, che è un quartiere di là dal Guadalquivir, amato dai sivigliani per tanti motivi, primo per tutti la Virgen de Triana, venerata almeno quanto la Virgen de Macarena, perchè ogni quartiere ha la sua Virgen. Io Triana già lo conoscevo. Per il lungofiume dove si mangiano piccoli crostacei o certe lumachelle nei chioschi, per un cinema a due sale, il Corona Center, che fa film belli e dove infatti vidi, fidanzata da un giorno, Caro Diario di Moretti: proposta fatta dal neomoroso sivigliano per allettare l'italiana che è in me. Lo specifico, perché mi vergogno dei connazionali miei che cercano l'italia all'estrangero; ma poi, chi se ne importa. Sul lungofiume è bello impigrirsi e leggere tra l'ombra e il sole, stiracchiarsi con un cafè con leche o una cerveza e due tapas sbocconcellate senza fretta.
A ogni modo.
La Cuca era una donna non bella: era intensa; e, dunque, più bella ancor. Sembrava lei pure un'india, con la pelle olivastra e un po' segnata, la chioma nera nera, che da bimba le fruttò il soprannome di cucaracha. Ma quel ch'era splendido in lei era la voce: roca, profonda, poche parole lapidarie o un flusso breve, di corsa; e la risata di pancia, quella vera, che rimbalzava in gola. (La voce, a tratti, di Marisa Paredes.) Un paio di volte al giorno Cuca mi rapiva e scappavamo dal gruppo per farci le canne. Io trascuravo le compagnucce italiane con cui ero venuta al seminario.
Una volta tornate a Siviglia prendemmo a frequentarci. Ricordo dei pomeriggi a casa sua, dopo pranzo; mi raccontava di un suo uomo già sposato, dei viaggi a Panama da medico senza frontiere. Io che adesso ho 40 anni e sono più vecchia di quanto lei fosse allora, ricordo quella che all'epoca mi pareva gran maturità, quel suo essere donna leale e generosa, come quando disse: "se decidi di venire a vivere qui non dovrai rinfacciarglielo mai"; dicesi Nobiltà d'Animo, Cuca insegnava quella cosa rara.
Poi tornai a Torino, poi lasciai il moroso. E corrisposi per posta con la Cuca per un po', ma poi, poi, poi, presa dal vortice della vita qui, cominciai a rispondere con troppo ritardo, e alla fine non risposi più. La cercai cinque anni fa, quando tornai un'estate a Siviglia. Non rispose lei, allora. Un uomo, nel 1995, mi aveva detto nei primi giorni che stavo lì in Andalusia, che era molto difficile diventare amici di un sivigliano, ma se questo succedeva era per sempre. In questo sono un po' sivigliana pure io, che ho nel cuore persone che non vedo più da anni, e le immagino invecchiare, o rimanere intatte, a fumare riempiendosi la bocca, a bere una birra a Santa Cruz, a fantasticare di vite d'altri ancora, a non poter abbandonare quella città mai, liberi e prigionieri bajo la sombra de la Giralda.
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