Esploso e archiviato domenica, 01 aprile 2007 in: esiti resistenziali, cimenalcinema
Eco della nuda voce

Quindici persone in una stanza, e una donna che canta. I corpi diventano strumenti, la voce risuona sullo sterno, sul torace, sul dorso. In gola, sulla faccia, sulla nuca. In testa. Un compagno mi mette una mano sulla fronte e la mia voce poco alla volta vibra proprio lì. Impariamo a farla arrivare ovunque, a muovere le spalle per la A e i fianchi per la U, che poi apriamo fino a farla diventare una radice. Giù, giù in terra. Il suono, poi, arriva dal suolo e si modula, si apre nel torace e si chiude in gola, rimbalza diversamente nella nuca, si chiude ancora negli zigomi, fino a uscire, libera, pura, dalla sommità del capo. Pare acqua.
Da una pulsazione sorda che ripetiamo tutti insieme, si stacca una nota isolata, che alcuni ripetono. Si sviluppa un canto, che qualcuno fa proprio e modifica, che altri riprendono e tengono a far da base, insieme al tum tum iniziale. La tonalità si alza come vento sull'erba che incontra il canto degli uccelli, le nenie delle donne, le filastrocche dei bambini.
Quando la base è troppo statica, la (mia) voce si fa strada, come da dietro l'angolo, e cantilena lieta, bimba che torna da scuola, melodia con alcune variazioni che si appoggia sui gravi, e che libera, mi pare, altre voci, che si avventurano a salire di tono e cambiare la direzione, in gruppetti di due o tre. Una volta sento discordanza che rovina la bellezza armonica; è un contrasto che non si incasella e non porta da nessuna parte. Mi disturba, e smetto. Il paesaggio sonoro sbiadisce e si copre di nebbia. Riprendo, piano piano, per cogliere il cuore della musica e rimanere lì, o spostarmi un poco, non so bene. Poco alla volta la nuvola di voci riprende quota e allora sento l'esigenza di scendere, di essere io la base. Mi piace suggerire un cammino, mi piace seguire un consiglio, mi piace poggiarmi sulla base degli altri. Mi piace fare da contraltare a tutti gli altri. Mi pare che la mia voce nuda sia molto egocentrica e molto generosa.

In un'altra improvvisazione sento echeggiare voci di tenores. Ignoro se qualcuno di noi sia di origini sarde. In un'altra ancora (mi) escono tarantelle come spruzzi da una fontanella. La ragazza tedesca vicino a me ride. Quando le ultime voci si posano la guardo seria e le faccio: Uè. Si butta in terra. Cosa ne so, poi, delle tarantelle: sono piemontesissima. Ma è che Murolo fa sentire italiana, Mameli no.
Il laboratorio è quasi finito. La conduttrice, che canta con le voci del mondo, ci racconta che quando lavora a Napoli deve implorare: Mancano dieci minuti alla fine, facciamo l'ultima improvvisazione ma tenete fino in fondo, non mandate tutto in vacca. Non ce la fanno, dice. Sul più bello, una voce suggerisce - cantando - di andarsene a casa, a pigliare un caffè, di uscire che nun ce la fazio chiù.

La sera sono sul bus; dietro di me un bambino di un paio d'anni canta totta totta cavalìn ola ola un dò trè. Penso a un latinoamericano e invece, quando mi alzo per scendere, vedo che sua madre ha l'aria dell'est. Mi avvicino all'uscita e lui smette di cantare: urla indispettito. Scendo e lui dal finestrino mi guarda tutto corrucciato. Dopo due giorni d'interplay, potrei sciogliermi sul marciapiede, buttarmi giù insieme alle poche gocce di pioggia, tuttavia scelgo di farlo durante la proiezione di Guida per riconoscere i tuoi santi. Lo sento delicato e rispettoso. E la colonna sonora.

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