Esploso e archiviato domenica, 11 novembre 2007 in: pessimismo e fastidio, cavalli, orrore
Il confine

Mentre cercavo notizie sullo sciopero degli sceneggiatori cinema e tv negli Stati Uniti mi sono imbattuta ieri in questo: Uccide cane per arte.
Tal Guillermo Vargas Habacuc, artista del Costarica, ha legato un cane di strada, malato e denutrito, in una galleria d'arte di Managua. L'ha lasciato morire di fame per realizzare l'opera Sei quello che leggi, titolo scritto con croccantini per cani in alto sul muro dietro alla bestiola. Dice Vargas: Lo scopo del lavoro non era causare sofferenza alla povera innocente creatura, bensì illustrare un problema. Nella mia città natale, San Josè, Costa Rica, decine di migliaia di randagi muoiono di fame e malattia e nessuno dedica loro attenzioni. Ora, se pubblicamente mostri una di queste creature morte di fame, come nel caso di Nativity, ciò crea un ritorno che evidenzia una grande ipocrisia in tutti noi. Nativity era una creatura fragile e sarebbe morta comunque su una strada.

Nativity.

Del resto, è pure ipocrita che ad avvelenarsi nel verniciare certi giocattoli dei bambini occidentali siano i loro coetanei asiatici, così com'è ipocrita nascondersi dietro il rispetto della religione e della tradizione altrui quando, in nome di queste, si compiono ogni sorta di sopraffazioni. Se a un certo modo di applicare le regole di mercato e di intendere il dogma religioso non importa un accidente dell'essere umano, ipocrita è continuare a non volerlo riconoscere. Quindi, appunto, si aprono nuove frontiere artistiche: un bambino installazione che sballa inalando colla, un'opera interattiva consistente nella lapidazione di una donna. Si potrebbe, in nome dell'arte, anche massacrare un'etnia (poco numerosa), o al limite estinguere i panda. Tanto, prima o poi, sarebbero - tutti - morti comunque.
Idea sdoganata: uccidere per l'arte. La rappresentazione, la testimonianza, l'interpretazione possono non bastare a risvegliare le coscienze. Sono contro la tua morte, perciò t'ammazzo. Oppure: credo che la tua morte possa avere una valenza istruttiva, estetica, provocatoria, quindi ti lascio morire. Esibisco la tua morte (e, non so quanto secondariamente, ne traggo profitto).
Il momento, osservando certe tassidermie di Cattelan e le ferite autoinferte nei lavori di diversi artisti, una su tutti Gina Pane, io me lo sentivo arrivare. Il confine è lì: oscilla in mezzo, forse poco oltre. Ancora oltre c'è il provocare la morte, la morte reale, propria o di un altro, ed è lo stesso confine che separa un film (d'autore?) da uno snuff movie. Una frontiera che vorrei barriera invalicabile, e invece no. Il concetto di sacralità della vita (e del corpo) è stato talmente abusato e distorto che fa ne fa specie il ricorso. Ma: un cadavere, di essere umano o di bestia, va rispettato (non tutti saranno d'accordo: vi sono ancora esseri - come dire - in carenza evolutiva, che godono nel circondarsi di animali impagliati); l'autolesionismo è un disturbo psichico da curare. Questo è il mio confine personale. E però non paragono Cattelan e Pane a Vargas: mi è piuttosto chiaro che sono lì, in bilico tra la raffigurazione e la prefigurazione di qualcosa di inquietante, di terribile. Che fa male, che infastidisce, che fa pensare, e che però non nuoce ad altri, se non a loro stessi (...) o a corpi già morti.

Leggo qui : Due anni fa, un'esposizione del Museo Reina Sofia di Madrid incluse un video di 53 minuti in cui una vacca veniva uccisa a martellate; e il peggio fu il comunicato a difesa della libertà creativa da parte del Consiglio critico di arti audiovisive.
Insomma: tu passi un toro a fil di spada in nome della tradizione, io uccido una mucca a martellate in nome dell'arte. Liberi tutti. E tutti più colti, certo. Ancora: Il caso Vargas sfiora una questione essenziale, una delle frontiere della civiltà del XXI secolo: la comprensione della nostra continuità organica con gli altri animali, e la certezza che non saremo capaci di rispettare noi stessi se non rispettiamo gli altri esseri viventi.

Qui la petizione contro la partecipazione di Vargas alla Biennale Centroamericana del 2008.
Qui il post accorato di una blogger; ci sono anche delle foto. In una il cane è ripreso di fronte, col muso rivolto a terra, in una postura come di rassegnazione, sottomissione o semplicemente di sfinimento preagonia; dietro di lui, persone che chiacchierano, in piedi, a piccoli gruppi distanti.
Per una volta, non mettere distanza, non stabilire subito il confine, consente di mettersi nei panni del fotografo, degli spettatori: indignati o indifferenti, impotenti o a caccia di scoop. Significa diventare carnefici per due soldi e un minuto di notorietà. Anche, e soprattutto, vuol dire sentirsi uccisi, lentamente, davanti a tutti: malati, scheletrici, senza cibo né acqua, senza sguardi né carezze; a tratti, ancora capaci di alzare la testa e cercare un contatto, con occhi che chiedono, e si chiedono, il senso.
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