FREDDOCALDO (il mio vicino di casa?)
Freddocaldofreddocaldofreddocaldo. Mi gratto anche nel sonno; il primo strato del derma vive nell’angoscia.
Alzarsi per bere è una noia indicibile, anche lo scarafaggio che si nasconde sotto la lavatrice ha fatto il suo tempo.
Tu ti lamenti dei camerunensi che fanno casino sotto la tua finestra, io adesso ho una congrega di fessi che urlano GIANNI sotto la mia finestra, e allora? Forse sei invidioso perché io capisco quello che dicono.
E perché se ti racconto che ho preso l’ascensore con uno altissimo, uno alto più di due metri con le mani lunghe venti centimetri, tu te ne esci col fatto che ha di sicuro la sindrome di nonsoché?
Non sai stupirti di nulla, e poi parli di decadenza.
Per quanto anch’io, pensando al freddocaldo, al prurito, allo scarafaggio e alla penultima sigaretta finita troppo presto non possa, in questo preciso istante (ma domani sarà diverso, forse), che darti ragione.
C’è un altro scarafaggio che vive nella sala da pranzo. Urge un intervento radicale. Affanculo gli interventi radicali.
Spiegami poi la differenza tra uno che sta morendo dentro (come dici d’esser te) e una che si sta decomponendo tutt’intorno (sarei io). Sempre il solito vezzo di volersi distinguere.
Stai assistendo al tuo decesso, tutto qui.
Domani, forse, scoprirò che sono allergica a qualcosa che è fuori di me.
Non so se riesco ad ascoltare Bittersweet Symphony nella versione di Sugar Daddy senza piangere (di rabbia).
Conosci il sollievo che dà entrare in una vasca di acqua tiepida e passarsi avena lattiginosa ovunque? Ti tiene insieme, ti allevia, ti nutre: l’avena. Dovrei farlo ogni sera, per il mio bene. Andiamo a nuotare? Ci rimetteremmo in sesto, per una volta.
L’altra sera, in pizzeria, parlavi e chiudevi gli occhi, quasi ti addormivi. Sudavi. Mi ostinavo a bere tutta la bottiglia d’acqua, fino all’ultima goccia. Poi, quando il cameriere veniva a portare il conto in volata, esplodevi: "La prossima volta voglio un cronometro, un cronometro, cazzo!"
Siamo arrivati tardi al piccolo cinema di seconda visione. Colpa mia, sono ritardataria e ho i capelli troppo lunghi. Ma tu non hai detto nulla, anzi mi hai pagato l’entrata. Davano Goodbye Lenin.




















