Esploso e archiviato mercoledì, 27 aprile 2005 in: cuentos
Ostico
 
Si coricò tardi, verso l’una di notte. Sedette e poi si stese, appoggiando cauto prima i talloni, le gambe, e poi le reni e il dorso, fino a sistemare la testa sul cuscino.

Cominciò dopo pochi minuti a sudare, gocciolando dalla fronte sul petto, infradiciando i capelli che a ciocche gli aderivano al cranio, lucidi come molluschi. In realtà la notte era fresca e le finestre aperte; forse era la posizione distesa che gli faceva soffoco. Stette alcuni minuti immobile, respirando piano.
Continuava a buttar acqua. Non si volle però subito alzare, preferì rimanere a letto e girarsi sul fianco destro, verso il muro. Si sentiva spossato e non credeva che andare in cucina e accendere la tivù avrebbe risolto le cose; il pensiero dello schermo acceso e - soprattutto - delle cosce nude a contatto con la seduta dell’impilabile in plastica nera gli faceva troppo caldo.
Sudava solo dalla testa. Presto una chiazza bagnata si riformò tra il bordo del cuscino e il materasso. Decise per la doccia.

Tornò a letto che aveva quasi freddo e per un momento pensò di chiudere i vetri, poi si limitò a coprirsi col lenzuolo.
Non aveva sonno nemmeno un po’, adesso. Prese dal pavimento un libro che stava leggendo, uno dei tre o quattro che aveva iniziati; diede un’occhiata alla pagina con l’angolo piegato, non ricordando dove fosse arrivato, passò alla seguente, lesse due o tre parole nei primi paragrafi e richiuse.
Era quasi mattino e non c’era verso di dormire; cominciava a essere urtato da tutto ciò che proveniva da lei, che nel sonno quasi non cambiava posizione, limitandosi a piccoli aggiustamenti, talvolta sospirando. A ogni spostamento del corpo accanto al suo, l’unico frammento di sonno che sentiva galleggiare nello spazio del proprio cervello lucido e iperattivo si faceva sempre più evanescente.

Ora la luce filtrava fioca dalle persiane e lei, su un fianco e con la guancia poggiata sul cuscino, lo stava osservando.
"Anche stanotte non hai dormito?", mormorò.
"Sì…", si sentì gemere con voce soffocata. Desiderava essere toccato, ma non accadde nulla. In compenso si sentiva scrutato nelle pieghe della faccia.
"Io mi alzo".
"Ma è ancora presto".

Si levò a sedere e con la coda dell’occhio vide che lei stava allungando la mano, forse per carezzargli la schiena. Troppo tardi, aveva già preso lo slancio per tirarsi su e la mano di Monica ricadde sul materasso. Lo scarso tempismo di quel gesto lo infastidì non poco.
(2003)
Petarda | link | commenti (5)(popup)