Esploso e archiviato venerdì, 29 aprile 2005 in: cuentos

In una cittadina dell’area metropolitana torinese

Alle nove, minuto più minuto meno, ecco la signora Gemma Rosso in Pecorengo, basculante matrona sulla sessantina con autarchica sporta a carrellino, transitare la soglia di una villetta a schiera unifamiliare, imboccare viale dei Pitosfori, svoltare in via Roma e portarsi alla piazza del mercato, come tutti i venerdì. L’approvvigionamento di viveri per scampare al fine settimana richiedeva un elenco assai razionalmente concepito, quale ad esempio:

1 CHIL LONZA (ALLORO ROSMARINO)

6 OSSOBU

MEZ CH PANCETTA

MIDOLLO

6 CH PATATE

2 CH IPOLLE

1 CH CAROTI

SELAR

BASILI

PREZEMOLO

UOVI

SVELTO

DOV

SALATA SARSETT

CAN

VIN

nel quale il solito lettore attento potrà accertare il succedersi di diversi stati d’animo: dopo un diligente avvio alla conquista degli ingredienti necessari per l'arrosto di maiale al forno con patate e per gli ossibuchi accomodati in una qualche maniera (forse con il risotto alla milanese, datasi la presenza in elenco del midollo), nonché dell'occorrente per un sano spuntino dei figliuoli (la pancetta), ecco ratti apprestarsi lo scoramento e la deviazione del pensiero su altro dal cibo (il detersivo per i piatti, il panetto di sapone con crema idratante, uno dei pochi vizi cosmetici di Gemma), il tentativo di ritorno ad esso cibo con tanto di senso di colpa (l'insalata, in ossequio alla tradizione piemontese, 'sgrassa', quale che sia l'entità del contenuto in lipidi delle portate che vanno a comporre il pasto tipo di una tipo-famiglia subalpina; né si comprende per quale motivo, in questo caso, i Pecorengo dovrebbero costituire un'eccezione), il rifiuto per abbattimento e il volgersi definitivamente ad altro (le necessità - alimentari, con ogni probabilità: ossi, pellecchie, scarti del macellaio, insomma - del beniamino di casa, e il vino. Gioverà, qui, specificare che i Pecorengo si discostavano in ciò dalla media, non approvvigionando nell'umida cantinetta della magione decine di litri di barbera in damigiane acquistate presso il fidato viticultore, da quando il capofamiglia, molti anni prima, era stato ricoverato d'urgenza per un avvelenamento al metanolo).

La signora Gemma, consapevole di aver al massimo arrangiato due pasti, si era ripromessa, una volta sul posto, di affidarsi all’ispirazione del momento, che in simili casi non l’aveva mai delusa. Capitava, alcune di quelle volte, che davanti al banco delle carni o dei salumi (i Pecorengo non essendo ittiofili) si costituissero colonne umane di due o, anche, tre metri, alle spalle di una Pecorenga in trance, ovvero incerta sull’acquisto.

Ella, peraltro, aborriva il mercato del sabato per via della carneficina (così amava definire, presso congiunti e conoscenti, la situazione di calca che si verificava sotto le tettoie dell'area mercatale fin dalle prime ore del mattino, foriera di interminabili attese fatali per le varici e, temeva, anche per il portamonete, accadendole, come in quei casi le accadeva, di percepire le proprie rotondità strizzate tra altrettanti quarti consimilari peggio che in una pancera, mentre la borsetta, il cui manico pure seguitava ad avvitarlesi al braccio, sentiva divenire altro da sé, sventurata propaggine prigioniera magari di un'altra fila e, dunque, in balìa di sconosciuti dalle probabili riprovevoli intenzioni) dovuta alla presenza delle casalinghe del fine settimana e dei loro degni consorti, che al banco di frutta e verdura si facevano notare per richieste bislacche come: 'un sedanorapa medio, un mazzolino di crescione fresco, un’idea di nepitella, qualche bella mela annurca ma bella, diciotto pere coscia' e via dicendo: ma va a ciapà di rat! Le facevano solo perder tempo, a lei che poi doveva ancora cucinare il pranzo par i so’ omni.

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