Esploso e archiviato venerdì, 13 maggio 2005 in: cuentos, esiti resistenziali
La propria vita di Capramarzò

In Piemonte, regione che mi diede i natali e nella quale tuttora risiedo, non è infrequente imbattersi in cognomi come Cane, Cavallo, Merlo, Gallina, o Capra. Così, per dire, io mi chiamo Marta Capra. Ringrazio i miei genitori di non avermi chiamato Bianca o Diletta; che, poi, sono nomi che mi piacciono pure.
Alle code in posta, nelle sale d'attesa dei medici, agli sportelli delle banche, sono ormai abituata a captare tutte le possibili storpiature alle mie generalità. Riesco anche a rispondere. Di solito.
- Capra Marto!
- Eccomi.
- Ma lei non è un uomo!
- Perché, lei conosce per caso qualcuno che si chiama Marto, di nome?
- No. Quindi lei è?
- Marta Capra.
- E qual è il nome?
Talvolta mi chiedo quale stile di vita possano mai condurre i miei eventuali alter nomen. Capro Marto, in caso esista, è per certo un'emerita testa di cazzo, e in sovrappiù un cretino e un prepotente, che tiranneggia la moglie Capro Marta. La tapina spolvera, scopa, lava, stira, rammenda e cucina tutto il giorno; anche il figlio, Capro Martino, la fa tribolare. A scuola, e non solo, il testone non recepisce un accidente. I compagni lo evitano, e l'unico suo amico è un tipetto pericoloso, Testa Martino, con la complicità del quale il piccolo Capro ricatta i bambini più deboli.
Con ogni probabilità, l'unica cosa che potevo aver condiviso con quell'ipotetica schiatta era l'imbarazzo al momento della chiamata pubblica, in qualsiasi contesto essa fosse avvenuta. Ma soprattutto a scuola. Capra? Beeeee!

Un paio di mesi fa mi trovavo all'Ospedale Maggiore, nella sala d'attesa del poliambulatorio. Stavo chiacchierando con una distinta madama ottantaseienne, sdegnata per un piccolo carcinoma al seno che le avevano appena diagnosticato. Il suo sguardo, unito alla smorfia delle labbra sottili e rugose, sembrava voler significare: ma tu guarda se pure alla mia età mi devono capitare 'ste rotture di coglioni. Si tratta, ovvio, di una mia libera interpretazione. Se a incomodarla tanto fossero gli esami piuttosto invasivi, il pensiero delle devastanti cure future, la stessa neoplasia, o un bel mix di tutto ciò, non lo seppi mai; poiché, in quel mentre, la porta dell'ambulatorio si aprì, e un'infermiera fece capolino:
- …arzò!
- Lei ha sentito, signora?
- Macché.
- Scusi infermiera, come ha detto?
- Ho detto: Capramarzò!
- Ossignur…
L'ottuagenaria, squadrandomi altera, sibilò: - È lei? Perché io non sono. L'immaginai, non so perché, vedova di un colonnello.
- No… sì… non proprio, ecco.
- È lei Capramarzò?, rifinì l'infermiera. Cosa fa? Venga!
Entrai.
- Ha portato le lastre?
- Sì, ma guardi che c'è un errore, mi chiamo Marta Capra.
- Marta Capra? Adesso controlliamo. Data di nascita?
- Trentuno due novantasei.
- Come?
- Trentuno uno sessantasei.
- Numero di telefono?
- Zeroundiciseiseinoveottocinquetressette.
- Ecco qui. Capra Marta. Mi hanno fatto un errore di trascrizione, qui sul modulo. Certo che all'accettazione sono analfabeti peggio delle capre. Pausa. Sguardo, sorrisetto: - Passi pure dal professore.
La tomografia assiale computerizzata al mio addome evidenziava una roba dai contorni regolari che poteva essere un'inezia, come anche no. Occorreva effettuare una biopsia, e con una certa urgenza.
- Signora Capra? Le ho fissato un appuntamento con il medico che la opererà. Vada al San Giovanni, sa dov'è? Ecco, si trovi lì mercoledì alle tre, e chieda del chirurgo.

Passai nell'angoscia i pochi giorni che precedettero la visita chirurgica. Non ci pensavo, ma ero terrorizzata; prova ne è il fatto che mi presentai all'Ospedale San Giovanni con un'ora e mezza di ritardo. Il medico con cui avevo appuntamento era già andato via, mi informarono in segreteria. Sbiancai. E dove potevo trovarlo? Era uscito da poco: o era per strada, o era già arrivato all'Ospedale Maggiore. Potevano rintracciarlo? Mah… sì, un infermiere, o qualcosa di simile, poteva. Ripescò su un'agenda bisunta il numero di cellulare del dottore, e mentre mi sbracciavo per fargli intendere che, se necessario, mi sarei recata io all'altro ospedale, questi riattaccò, riferendomi che sì, in effetti il dottore era quasi arrivato al Maggiore, ma aveva deciso di tornare indietro. Al panico per i possibili esiti della visita si unì dunque l'ansia di vedermi piombare in capo, di lì a poco, il chirurgo inferocito come un'aquila. Dopo una ventina di minuti entrava nella sala d'attesa un uomo snello, di media statura, in cardigan di lana mèlange e dai capelli a onde con scriminatura laterale, di un color sabbia grigiastra, che mia madre avrebbe definito 'sale e pepe'. Troppe onde però, e troppo sale e pepe. Poche volte avevo visto una testa arrangiata così male. Probabilmente era di quegli uomini che i capelli se li tagliano una volta l'anno, e punto. Ma sì: di quelli che, nove su dieci, sono anche appassionati di montagna.
- È lei la signora…?
- Capra. Piacere.
- Cavallo.
- Mi scusi per il ritardo, non volevo farla tornare apposta…
- Non si preoccupi. Ha portato le lastre?
In breve il chirurgo Cavallo decretò che secondo lui si trattava di una banale escrescenza lipidica, e che quindi non dovevo preoccuparmi. Anzi, se la biopsia gli avesse dato ragione l'avrebbe asportata là per là, senza por tempo in mezzo. Mi spiegò che avrebbe praticato un taglio di pochi centimetri, avevo presente l'appendicectomia? (no) e che nel giro di qualche anno la cicatrice sarebbe stata quasi invisibile. Prima di congedarmi, mi strinse ancora una volta la mano nella sua manona rassicurante.

Dopo quindici giorni mi sarei ricoverata per l'operazione. Non ero mai stata in ospedale, non ero mai stata operata. Il mio unico infortunio, verso i 16 anni, era stata la distorsione di una caviglia procurata crollando lentamente, di lato, dal motorino fermo. Ero poi stata ingessata e avevo girato per qualche giorno con le stampelle, ma siccome questo mi impediva di sorvegliare come andava fatto l'allor fidanzato, me n'ero nottetempo liberata - del gesso - con l'ausilio di un trinciapolli.

La notte prima del ricovero scorrazzai per alcuni stati alterati dell'umore; sfiorai la disperazione mentre riponevo poche cose nella valigetta rossa, e, passando per l'esaltazione maniacale nell'ascolto dei Concerti Brandeburghesi, mi attestai infine nella depressione più cupa. Non ero sola, ma era come se lo fossi: il moroso faticò non poco a contenere la mia incipiente follia, senza peraltro riuscirvi. Venne defenestrato alle quattro del mattino, per manifesta inadeguatezza consensualmente riconosciuta.

Dodici ore dopo mi trovavo in un lettino della chirurgia, mentre cercavo di prendere sonno con l'aiuto di una mascherina nera e del lettore cd. Avevo appena inviato un patetico sms al moroso, che in un primo tempo non aveva risposto; sollecitato, mi comunicò che non intendeva più avere nulla a che fare con una persona violenta e ingrata come la sottoscritta. La cosa non mi sconvolse: conoscevo il mio pollo o, meglio, il mio coniglio. Un brutto egocentrico inutile e infingardo. Ma avevo altro a cui pensare: stavo mentalmente redigendo il testamento, ed ero giusto arrivata al mio accappatoio imperiale, quello coi gigli rossi in rilievo su sfondo porpora; un capo che il vigliacco ammirava da sempre e che, per sfregio, gli avrei destinato, a imperituro ricordo della mia superiorità d'animo.
- Signora Capra…
Qualcosa mi stava sfiorando l'avambraccio.
- Signorina Capra…!
Tolsi la mascherina ed ecco, accovacciato accanto al mio lettino, il chirurgo Cavallo, che di nome faceva Nello, come potevo evincere dal badge. Si era rasato i capelli. Ci fissammo alcuni istanti negli occhi senza dir nulla. Forse, da bambini, avremmo potuto percorrere insieme il tragitto dalla scuola alle nostre case; io piangente perché mi prendevano in giro, lui consolante e protettivo, visto che era più grande e per quel calvario di belati e nitriti era già passato.
- Volevo dirle: … va bene?
- Sì.
- Allora a domani. … e dorma bene.
Chissà che aveva detto. Non capii nulla, anche perché portavo ancora gli auricolari del lettore cd. La sua mano mi lasciò un'ombra calda sul braccio, che durò per un tot.

La mattina seguente, essendo mestruata, mi imbragarono in un pannolone grandi taglie, che conferiva un definitivo quid nonnapaperesco alla mise in dotazione (camiciola bianca a laccetti, autoreggenti bianche coprenti e cuffietta verde a sbuffo). Giunta in sala operatoria mi fu somministrata la preanestesia. Venni lasciata su una barella per alcune decine di minuti, o almeno così mi parve. Non c'era la musica classica o il jazz, come nei telefilm. Finalmente, da una porta che non avevo notato prima, entrarono in processione medici e infermieri. Osservai il corteo, da cui a un tratto si staccò un tizio in papalina marrone e mascherina verde, che si chinò su di me muovendo a mo' di mostro le mani guantate.
- È inutile che si mascheri, dottore, tanto la riconosco lo stesso, mi sentii dire.
Assistetti a qualche schermaglia tra due infermiere ridanciane e, con la complicità dell'anestesista, scivolai nell'incoscienza.

In effetti, come Cavallo Nello aveva previsto, l'intervento fu risolutivo. E dopo qualche giorno me ne potevo tornare a casa, col mio sbrego addominale e l'imperativo chirurgico di non pensarci più e di farmi vedere dopo una settimana, per rimuovere i punti. Prescrizione che, scrupolosamente, seguii.

Tutto, poco alla volta, sembrava tornare alla normalità, anche il rapporto con il moroso: s'era scusato, m'ero scusata. Sì, è vero, la resistenza nei momenti di difficoltà non era il suo forte; del resto, a compensare quella e altre magagne, aveva pur sempre tante belle qualità. Di quanti uomini si può dire questo? O era, forse, che al suo carattere avevo ormai fatto l'abitudine.

Fu un solo un mesetto dopo che rividi il chirurgo Cavallo. Ero di nuovo all'Ospedale Maggiore, ma questa volta vi avevo accompagnato mia madre. Mentre attendevamo il suo turno per la visita, pensai che una buona occasione per ingannare il tempo poteva essere telefonare al mio salvatore (di cui avevo persino scovato il numero del cellulare di servizio). Certo che si ricordava di me. La ferita andava così così? In che senso? Dov'ero? Poteva essere lì in cinque minuti, l'avrei aspettato?
E, dopo qualche minuto, ecco che Nello Cavallo se ne veniva di un bell'ambio, valorizzato dagli zoccoli in legno, e col camice bianco al vento. Fendeva l'aria del corridoio muovendosi in modo armonioso e leggiadro.
In breve, nonostante le rimostranze di un collega attonito, si impossessò di un ambulatorio. Con un sorriso scanzonato declinò l'offerta di un'infermiera che voleva essere presente alla medicazione. Chiusi nella stanzetta, passarono alcuni minuti di giocosa confusione, mentre lui gioiva per il reperimento, in un cassettino, di un 'cerotto assai bello' (ci mancò poco che battesse le mani) e io mi slacciavo la cinta. Mi raccontò, mentre mi medicava, alcune cose di sé: la passione per la montagna (non mi ero sbagliata) e, alla rinfusa, altre piccolezze che ora non ricordo; forse perché al momento ero molto concentrata nello studio dei suoi incisivi superiori, così distanziati e assai belli, anch'essi. Non disse nulla, invece, a proposito dell'anello d'oro all'anulare sinistro. Uscendo, lo presentai a mia madre, che ci fissò con aria interrogativa.
Non l'ho più rivisto. Però, certe mattine fresche e assolate, ancora sotto le coltri, sorrido immaginando, da qualche parte nel mondo, Cavallonello e Capramarzò, ruzzanti nell'erba nata da poco, giocare a spingersi coi musi rugiadosi.

(2005)
Petarda | link | commenti (11)(popup)