Esploso e archiviato sabato, 21 maggio 2005 in: favolozze
Avvertenza: trattasi di favolozza. E pure lunga.
… a Sofia
 
Zampiera e la scatola luminosa
 
Nei tempi lontani in cui i re e le regine governavano sia vasti territori sia altri esseri umani che su di essi campavano, esisteva un incantevole paese. Qui, il clima era ideale, né troppo caldo, né troppo freddo. Non servivano cappotti né termosifoni, e nemmeno ombrelloni e ventilatori. Non v'erano montagne troppo elevate o vertiginosi dirupi; le colline si susseguivano dolcemente alle pianure, come belle onde di capelli a una fronte liscia. E, andando a passeggio, prima o poi s'incappava in un lago verde o in un fiume azzurro; mai però, troppo profondo. Gli abitanti di questo paese avevano pelle, occhi e capelli di molti colori; non erano di statura molto alta. Avrai già bell'e capito che sto parlando del paese di Tuttomezzetto.
Governava questo bel paesello un ometto piccino e cicciottello, il reggente Grassenzio: il re Cagliofone e la regina Beatrinca erano morti d'indigestione tanti anni prima; e l'erede al trono, il loro figliolo Umbello, non aveva ancora l'età per divenire re. Così, in attesa che questi si facesse adulto, Grassenzio si era insediato sul trono. Ma durante la sua reggenza il paese era diventato assai triste: i tuttimezzini non avevano più voglia di far nulla. Nemmeno all'ora di pranzo sapevano che cosa mangiare. Allora accendevano una scatola che diventava luminosa e colorata, dentro alla quale donnine e ometti cantavano e ballavano felici, e tutt'a un tratto buttavano lì il nome di una pietanza, come i pizzoncini in carriola. Ma certo! Pensavano i tuttimezzini. Come avevano fatto a non pensarci prima? Cosa c'era di più buono dei pizzoncini, e in carriola poi! Schiacciando un pulsante rosso e nero sulla scatola, nel giro di pochi minuti i pizzoncini arrivavano a casa, e non restava che friggerli in padella e mangiarli. La stessa cosa poteva capitare, a cena, con la bonzardella scarrozza, e anche con le lambane di Nonna Artemista. Che, poi, questa Artemista a Tuttomezzetto nessuno la conosceva, e dunque come poteva essere la nonna di qualcuno? Però le sue lambane erano di prim'ordine, bisognava riconoscerlo. Pigia oggi, pigia domani, a causa della scatola luminosa i tuttimezzini si erano impigriti: non coltivavano più i campi e non sfamavano i loro animali; così mucche, pecore, galline e conigli se ne andavano a spasso per Tuttomezzetto e si servivano da soli, quando avevano fame, dagli orticelli e dalle coltivazioni abbandonate. Insomma, i tuttimezzini erano diventati dei gran poltroni e ingrassavano a vista d'occhio. Perdevano la memoria e la voglia di fare le cose!
Grassenzio volle porre rimedio a questa situazione, e affidò al suo più fidato consigliere, il gran ciambellano Bentoton, il compito di escogitare una soluzione. Per risollevare il morale dei tuttimezzini, questi ponzò e riponzò per alcune settimane, poi andò dal reggente e gli illustrò il frutto di tanto ponzamento: una magnifica festa festosa, con musica, cibo e spettacoli spettacolosi per tutti, durante la quale sarebbe stato presentato il nuovo inno nazionale: né alti né bassi | né magri né grassi | né biondi né mori | di tutti i colori! Grassenzio concordò: l'idea era ottima, l'allegria sarebbe tornata a Tuttomezzetto, e lui avrebbe potuto sfoggiare il suo nuovo costosissimo abito, cucito da due sarti venuti apposta da Pariblé.
Zampiera si trovava a Tuttomezzetto in visita ai nonni materni, insieme alla sua inseparabile capretta Capramarzò. Era una bimba bruna con le lentiggini, la frangia e i codini legati in fiocchi rosa, con le spille conchiglie e i fiorellini di legno dipinto, e una salopette arancione al ginocchio; i calzettoni poi, avevano righe di mille colori. Aveva trovato i suoi nonni più bianchi e più stanchi; anzi, infiacchiti e svogliati.
- Nonna, nonno! La frigole sono mature!
- Sì, Zampiera, lasciale lì per le nerettole…
- Nonno, nonna! Ho trovato dei morbidunghi nel bosco!
- Sì, Zampiera, se li mangeranno i gommastriscioli…
- Nonna, nonno! Che bella ricciolina avete nell'orto!
- Sì, Zampiera, è per le sbavarelle…
- Nonno, nonna, ma noi cosa mangiamo?
- Boh, borbottò nonno Leontide, e accese la scatola luminosa. Gli omini e le donnine si dimenavano per un paiolo di pìppiole ai soliti sapori. - Ah!, fece il nonno, da quanto tempo non assaporo un bel piatto di pìppiole cucinate come quel pacioccone di Órzùn comanda! Pigiò il pulsante rosso e nero sulla scatola luminosa ed ecco, dopo cinque minuti, le pìppiole erano lì: bastava metterle in forno ed erano pronte da mangiare.
- Nonna, nonno, ma questa roba non sa di niente!
- Zampiera, mangia e non lamentarti, che sono buonissime. Sapessi com'è brutto fare la fame…
- Ma io ho fame…
Un bel giorno iniziarono i festeggiamenti. Trampolieri e giocolieri riempivano le piazze e le vie, bande musicali suonavano il nuovo inno; bambine e bambini vestiti da farfalle e libellule saltavano per le strade, svolgendo striscioni colorati. Nel parco s'imbandivano tavoli per il sontuoso banchetto e s'innalzava il palco dal quale Grassenzio, insieme alla corte, avrebbe assistito ai fuochi d'artificio, ai giochi d'acqua e all'esecuzione ufficiale dell'inno nazionale, gorgheggiato per l'occasione dalla famosissima cantante Madame Ugolotte Degoulé.
Gli aiutanti di corte servirono ai tuttimezzini un pranzo di ben venti portate: v'erano, tra le altre leccornie, squagliarelle con lo scricchio, grispini romerini, mìmmole al burnio, spinanziera, cialtrine di granzurro spolverate di pampànuli, e, come piatto forte, un enorme bovone, ripieno di mutone, ripieno di coccone, ripieno di salterellino impennuto ripieno, a sua volta e infine, di uviglie, pistocchi e pinarelle tostate. A conclusione, un trionfo di lampuzzi, mirtini e frigolette di bosco, ricoperti di biancaburrina spumosa e dolcissima. E i tuttimezzini fecero onore a tanto ben d'Órzùn, ingollando le portate voracemente, una dietro l'altra, e anche in ordine sparso: si riempirono proprio a crepapanza!
Alla fine della gran mangiata, un trombettiere sonò: stava entrando la corte; ed ecco, dopo un corteo di dignitari, il gran ciambellano e, per ultimo, il reggente.
- Ma è in mutande!
- Bambina, ma che dici?
- Quel signore piccolo e cicciottello che si sta sedendo sul trono…
- È il reggente Grassenzio, bambina!
- E beh! Il reggente Grassenzio è in mutande!
- Ora basta, Zampiera, vieni via!, urlò il nonno, tirandola per un braccio. Troppo tardi: le guardie erano già arrivate; calarono un sacco sulla testa della bambina, se la caricarono sulle spalle e la portarono via.
Sul palco reale il reggente faticava a nascondere una certa agitazione: - Bentoton, vi risulta che io sia in mutande?
- Ma no, vostra reggenza! È la trama impalpabile del vostro nuovo abito, che forse può dar adito…
- Ma quale trama e ordito, ciambellano dei miei stivali! Non vi pago per prendermi in giro! Che diranno adesso i tuttimezzini?
- Non preoccupatevi, vostra reggenza: è tutto sotto controllo.
- Speratelo, Bentoton. O vi giuro, sulla bava filante di Órzùn e tutti i suoi bavaglini, che me la pagherete!
I tuttimezzini, dopo un primo momento di costernazione, erano tornati ad ammirare i giochi d'acqua, a darsi grandi manate sulla pancia per digerire e a cacciarsi le dita nel naso proprio come se nulla fosse successo: alcuni uomini al soldo di Bentoton erano passati tra la folla sussurrando che il reggente era splendente nella sua alta uniforme nuova fiammante, opera di due sarti di Pariblé.
- Uh, bellissimo… e non poteva essere altrimenti! Un capo spet-ta-co-la-re, dicevano i cortigiani più alla moda.
- Viva Grassenzio! Viva Grassenzio! La folla esultava.
Nella prigione sotto il castello reale, Zampiera, una volta abituati gli occhi all'oscurità, aveva capito di non essere sola. In un angolo, un ragazzo magro magro sedeva per terra, vestito di pannicelli stretti e bucherellati. Anche le sue calze erano piene di buchi, e non portava scarpe. Aveva barba e capelli scuri, e la pelle troppo chiara di chi è stato al sole molto poco in vita sua.
- Io sono Zampiera, la bimba sincera. E tu chi sei?
- Nicodemo, il bambino scemo.
Zampiera rise, poi tornò seria e chiese: - Perché scemo?
- Non lo so, è da talmente tanto tempo che mi chiamano così che non me lo ricordo più…
- E non mi sembri poi tanto bambino!
- Non so quanti anni ho…
- Ne hai almeno una ventina, dai retta a me!
- E tu quanti ne hai?
- Io, dieci.
- Perché sei qui?
- Non ho capito bene. Ho solo detto che il reggente era in mutande… ed era vero! Allora le guardie mi hanno preso e mi hanno portato qui.
- Il reggente Grassenzio? Io lo conosco… ogni tanto viene a farmi visita insieme al gran ciambellano.
- E tu cos'hai combinato?
- Non lo so… l'ultimo ricordo che ho, fuori di qui, è un pranzo con mamma e papà… avrò avuto quattro o cinque anni!
Nicodemo scoppiò a piangere. A Zampiera faceva molta pena, ma il suo cervello non smetteva di pensare alla maniera di uscire di lì. Anche lei voleva rivedere la sua mamma e il suo papà: chissà i nonni che cosa gli avevano detto. E chissà dov'era finita Capramarzò!
Nonno Leontide e nonna Tarzilla, di ritorno dalla festa, si erano accasciati sul dondolo in veranda. Erano così stanchi…
- C'è qualcosa che devo ricordare, ma non ricordo cosa, disse Tarzilla.
- Ah, non chiederlo a me, nonna!
- Leontide, sei proprio rimbambito!
- Per tutti i pannolini sporchi di Órzùn, bisogna fare qualcosa per la mia memoria! E anche per questa capretta, che ci ha seguito dalla festa fino a casa… che cosa vorrà mai?
Stancamente si trascinarono in soggiorno. Nella scatola luminosa, le donnine e gli omini colorati impazzivano di gioia davanti a una teglia fumante di naccarelle.
La sera, un tortorìn viaggiatore portò ai nonni di Zampiera un messaggio da parte dei genitori della bimba, che chiedevano sue notizie.
- Zampiera! Ma dov'è finita? Tarzilla! Ecco che cosa ci dovevamo ricordare!
- La festa! Il reggente… le guardie…
Nonna Tarzilla scoppiò a piangere: - Piccola gioia di Órzùn, che cosa diremo a quei due figlioli?
- Per adesso niente; andiamo a cercare la nostra nipotina.
E, senza più parlare, si diressero verso il castello.
Pensa che ti ripensa, Zampiera aveva trovato una maniera per evadere: - Allora, con le cinte e le calze facciamo un lungo cordone e lo stendiamo davanti alla porta. Così, quando entra la guardia a portarci la cena, incespica, cade, e noi scappiamo!
- Sì, ma la cena…?
- Nicodemo, facciamo così: io scappo e tu resti in prigione a mangiare!
- No, no! Era così… per sapere… vengo con te!
Nel frattempo, i nonni erano arrivati al castello e si erano nascosti dietro una siepe, proprio accanto all'entrata della prigione. Dopo qualche minuto, ecco arrivare Grassenzio e Bentoton, in compagnia del generale Stranguglione, un omone dalla fronte altissima e con la giubba blu piena di bottoni e decine di medaglie dorate e nastrini.
- Mi chiedo, stava dicendo il reggente, se abbiamo fatto bene a metterli in cella insieme.
- Vostra reggenza, sta diventando pericoloso tenere in vita il principe ereditario: anche se non ricorda più nulla, la memoria potrebbe tornargli, un giorno o l'altro.
- E la bambina?
- La bambina non abita in paese. Lascerebbe solo i nonni a rimpiangerla, se seguirà la sorte di Umbello. E poi lo sapete bene, vostra reggenza, che far dimenticare qualcosa ai tuttimezzini è impresa tutt'altro che ardua… Il general Stranguglione, qui, ha già preparato un piano per liberarci dei due ragazzotti.
- Generale?
- Comandi! Invero, vostra reggenza…
Continuando a confabulare, i tre entrarono. E i nonni, quatti quatti, dietro.
- Guardia! Apri la cella!, sbraitò Stranguglione.
La cella fu aperta. Grassenzio, Bentoton e il generale, appena varcata la soglia, inciamparono nella trappola. Zampiera, lesta, insieme a Nicodemo-Umbello, richiuse la porta imprigionando i tre, che iniziarono a urlare, ma nessuno gli badò. E la guardia? Capramarzò l'aveva spinta a terra con una testata, e nonna Tarzilla l'aveva tramortita con il bastone del nonno. Zampiera e i nonni si abbracciarono stretti. E con Capramarzò si fecero tante di quelle feste! Poi nonno Leontide disse: - Tre urrà per il mio vecchio bastone, che Órzùn l'abbia in gloria! E tu devi essere il principe Umbello…
- Ma va, nonno! Questo è il mio amico Nicodemo…
I nonni, i ragazzi e la capretta si avviarono verso casa, e si raccontarono e si spiegarono tutto, e anche di più. Il messaggio affidato al tortorìn per i genitori di Zampiera, quella notte, diceva pressappoco così: Mai stati meglio. Noi qui si fa un sacco di cose, non come voi pigroni!
L'indomani, Tuttomezzetto ebbe il nuovo re. Umbello era salito al trono alle sei, col nome di Cucurbitone. Emanò subito due editti: le scatole luminose dovevano sparire dalle case dei tuttimezzini; la prigione, che ormai conteneva solo Grassenzio, Bentoton e Stranguglione, doveva rimanere ben chiusa il più a lungo possibile. Sbrigate queste due importanti faccende, chiese a Zampiera se volesse sposarlo, e questa rispose di no, perché era solo una bambina, e poi desiderava tornare dalla sua mamma e dal suo papà. E infatti, preso congedo dai nonni, s'incamminò sul sentiero di casa insieme a Capramarzò. Ai margini del boschetto venne loro incontro un cavallo di nome Nello. Così, guardando a nord, potevi vedere una bambina coi codini, la mano destra sulla testa di una capretta e la sinistra sul fianco di un cavallo, svanire poco a poco nel bosco. Veramente cantavano anche uno stornello del buon ritorno (un ritornello): ma quello, siccome eri un po' troppo lontana, non riuscivi a sentirlo.
 
 
minibiblio: Hans Christian Andersen, Lars Gustafsson, Morgan Spurlock
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