Esploso e archiviato venerdì, 03 giugno 2005 in: cuentos, esiti resistenziali

È assai difficile, di solito, distinguere sul balconcino tra le piante infestanti e quelle generose, oppure tra le giustamente esigenti e le troppo delicate, sottoposte come sono a condizioni di sopravvivenza durissima. Oggi invece no. Oggi la menzione d'onore, senza esitazione alcuna, va al peperoncino, che dopo aver passato un inverno siberiano ed essersi rinsecchito fino all'apparente rigor mortis, questa primavera ha messo su, senza tanti strombazzamenti, i suoi semplici fiorellini bianchi; dopo essere stato lasciato una settimana senz'acqua sotto un sole quasi agostano, in un vaso troppo stretto, ed essere stato invaso dai pidocchi, stamattina è stato potato e rinvasato: aveva anche trovato la forza di buttare, di nascosto, un piccolo peperoncino verde.

E ora, qualcosa di completamente diverso.

 

 LA SUA NUCA, DI SPALLE

"Mettiti come sei più comoda", così Antonio a Elèna, che, nuda, rabbrividiva sulla stuoia di cocco.
Non era come con Etienne, il piccolo parigino con gli occhi accesi e lo sguardo dolce che le carezzava e lavava i capelli massaggiandola ogni volta per delle mezz’ore. E che poi, davanti agli allievi della scuola di taglio, le teneva la testa e gliela muoveva delicatamente: la sua preziosa bambola.
No. Antonio, di certo, non era gay.

Le aveva chiesto di posare a Natale, mentre erano a una festa per Los Reyes e ascoltavano cori di bambini. Elèna era arrossita, aveva smesso di giocherellare con un acino d’uva bianca e senza pensare aveva detto subito di sì. Ancora, ancora una bambola preziosa, e sentirsi dire come incrociare le braccia sui seni, o come dare risalto all’intreccio delle lunghe gambe: dimenticandosi di sé.

Davanti a una manzanilla in un piccolo bar vicino a San Marcos, seduti vicino ai vecchi che parlavano già della Semana Santa, Antonio le aveva detto che stava pensando di ritrarla da quando l’aveva vista l’estate passata con un vestito rosso a sottoveste; il suo corpo era morbido, diceva, ma sodo, e a lui serviva rifare pratica con la figura umana: da troppo tempo si era concentrato sugli oggetti, sulle nature morte. Una fiammella di vanità e una fitta di dolore, subito soffocato: il volto pareva non interessarlo.

Lo studio di Antonio, in una calle stretta, prendeva luce dal patio antico, decorato di azulejos blu e verdi, sopra il quale, vent’anni prima, era stata poggiata una struttura di ferro e vetro; le varie specie di ficus, i pothos, le clematidi rosa crescevano rigogliose come in serra.

"Preferisci verde o nero?"

Elèna fissava le confezioni colorate di robusti Orange Pekoe di Ceylon e Gunpowder, di delicati Darjeeling Premier Cru e Oolong di Formosa, che, insieme ad altre varietà di cui non riusciva a leggere il nome e alle scatole di latta dei più familiari English Breakfast ed Earl Grey della Twinings, stavano ordinatamente allineate sullo scaffale della cucina annessa allo studio.
"Ne ho anche uno alla vaniglia, se preferisci sporcare l’aroma del tè puro."

"Non sia mai", pensò Elèna, optando con un mezzo sorriso per il Darjeeling: Antonio, scatola in mano, ne stava decantando il retrogusto di moscatello.

Sorseggiando il tè passarono nello studio. Elèna si parò davanti a un nudo di donna senza volto, appena abbozzato a carboncino; Antonio le spiegò che aveva ritratto Lucìa, un tempo la sua fidanzata, sotto la doccia. Paragonando al suo quel corpo snello e teso, con le braccia alzate e le mani poggiate sui capelli, Elèna provò vergogna e desiderò bere qualcosa di forte, un rum forse. Non osò chiedere. Cominciò invece a spogliarsi dell’abito di maglia a collo alto, dopo aver tolto gli stivali e i collant.

Ed eccola, nuda e infreddolita, sulla stuoia di cocco.

"Lucìa per riscaldarsi tra una posa e l’altra faceva ginnastica, e così mi nascevano idee per nuovi bozzetti."
Elèna aspettava. Non si sognava d’intraprendere balzi o flessioni, sapeva di esser fatta per movenze lente, sinuose e cerebrali, cui il suo corpo si prestava, plastico, fino a trovare nuova armonia. E: "Se mi dicesse almeno se è meglio che stia in piedi, o accovacciata, o sdraiata!", cominciava a spazientirsi. Nessuna bambola preziosa, nessuna pregressa visione di lei da conquistare, modellandola con dolcezza.

Poi notò l’ottomana beige di pelle, dai massicci piedi di legno, e si sedette. Cominciò a scavare con i gomiti e le ginocchia nell’imbottitura che scoprì fredda e dura, quasi marmorea, per renderla più accogliente; ma dopo una breve lotta la seduta non le permise che di abbandonarsi bocconi, con il viso rivolto allo schienale, una mano sotto la guancia a mo’ di cuscino e l’altro braccio lungo e sciolto, al di sopra del capo: esausta.

Antonio aveva nel frattempo trafficato in un cassetto per trovare, e accendere, un bastoncino d’incenso. Il profumo di sandalo si diffuse poco a poco nella stanza.

Le chiese se fosse comoda. Elèna sentiva la sua voce vicina, e il carboncino stridere, veloce, sulla carta porosa. Irrigidita, lo odiava, e odiava se stessa. Poi cominciò ad astrarsi, trovando un accettabile ritmo del respiro, come le succedeva in piscina, dopo decine e decine di bracciate tutte uguali.

"Adesso puoi muoverti. Ho finito."

Girò la testa muovendo il collo intorpidito; fissò Antonio, la camicia aperta sul petto abbronzato, i jeans neri; si sentì di nuovo a disagio, così nuda e bianca. Ma fu un attimo. Poi, stesa su un fianco, il capo poggiato al palmo della mano, volle vedere il bozzetto. Il sorriso le morì sul volto quando Antonio le presentò lo schizzo di un corpo all’apparenza triste, così incuneato nel canapé. Si alzò e prese una sigaretta, poi starnutì e s’infilò la giacca di velluto di Antonio.

"Facciamone un altro, ti va?"

"Elèna, io starei qui per ore, ma mi preoccupo per te, con questo freddo…"

Provò alcune posizioni sulla stuoia di cocco. Si inginocchiò e poi scivolò su un fianco, appoggiandosi alla stuoia con entrambe le mani a palmo aperto, mentre il collo e la testa, di profilo, si muovevano appena per cercare un punto d’equilibrio.

"Ecco, così va benissimo…"

"Sì, ma sono scomoda… aspetta."

Tornò in piedi, dandogli le spalle, e alzò le braccia piegate sopra la testa; poi ruotò lievemente il busto: "Così?"

Tolse la giacca, riprese la posizione, e chiese di nuovo: "Così?"

"… Sì", fece Antonio, che stavolta lavorava su un supporto lungo più di un metro. "Dopo tanto tempo che non ritraggo corpi, mi serve soprattutto esercitarmi sulle articolazioni. La pelle che si piega e si deforma nei movimenti, che veste e accompagna l’incrocio di muscoli, ossa, nervi… specie nell’incavo delle ginocchia o dei gomiti… o dell’ascella, come adesso…"

Elèna fu quasi dispiaciuta di essersi depilata.

Dopo quasi un’ora di posa, intervallata da una sigaretta e da un altro tè sorseggiato con indosso l’abito di maglia, Antonio le mostrò il nuovo schizzo.

I suoi fianchi e i suoi glutei dominavano la tela, incontrastati. Poi le gambe e le braccia, tornite ma prive di mani e piedi. "Per pigrizia? O per incapacità? Forse per la fretta…", immaginò Elèna, ora benevola, e poi, risalendo con lo sguardo e sorvolando sul seno ritratto di tre quarti, quasi commossa, nel notare come il capo, chinato in avanti di alcuni gradi, poggiasse delicatamente sul collo e sulle spalle. Era la nuca di un ragazzo, i capelli corti in spessi ciuffi morbidi e lievi.

Una volta fuori dallo studio, si avviarono a piedi verso plaza de Cataluña. Ormai era buio, e i bar di tapas si stavano popolando. Elèna riconosceva grata gli odori di cipolla, di pesce fritto, talvolta dell’ammoniaca che, diluita, si asciugava sui pavimenti prima dell’ondata di clienti.

(2003)

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