Italicamente
Non più tardi di 20 ore fa mi trovavo su un binario in quel di Castelrosso. Nulla a che vedere con manieri et similia, bensì con un baraccone semovente chiamato, dopo un restyling di sola (in tutti i sensi, e con tutti gli accenti) facciata, Minuetto. A Castelrosso Minuetto è trapassato. Per una decina di minuti noi passeggeri non siamo stati in grado di afferrare la situazione in tutta la sua gravità: forse pensavamo che la suoneria polifonica di una tizietta del nostro scompartimento facesse parte del corredo vocale elettronico del Nostro, visto il volume assordante; invece no, Minuetto già non era. Nella mia vita precedente, dopo aver redarguito la signorina, avrei cercato il controllore per farmi dire che cazzo, e per quanto. Ma ora che vivo nel nirvana semipermanente e avevo un buon libro da leggere, me ne sono bellamente impipata. Finché dopo una mezz'oretta un effeessino trafelato, correndo per il corridoio, ci ha intimato di scenderescenderescendere e prendere il treno sull'altro binario. Si deve qui specificare che il tratto ferrato in questione consiste di soli due binari: uno per l'andata e uno per il ritorno, e che è pure assai percorso, per lo più da treni intercity ed eurostar di e per Milano, che a Castelrosso non sostano manco per il. Minuetto aveva per l'appunto scelto di far tappezzeria su uno dei due binari, gettando in gravissime ambasce tutta la rete ferroviaria dell'Italia nordoccidentale. Da qui, ritengo, l'esagitazione del ferroviere avvisante, cazziato dalla sottoscritta riemersa - solo per un attimo - dal nirvana: Non dite niente per delle ore e poi ci mettete fretta, ma fatevi furbi. Sull'altro binario, e sotto un sole balengo (faceva finta di esser d'agosto), il gruppetto di sfollati ha atteso sorridendo l'Altro Treno, mentre: un signore sceso da una fiat 131 metallizzata gridava Irene, c'è Irene?, ricevendo risposta affermativa da una decina di donne; alcuni treni passavano a velocità sostenuta infischiandosene di noi e anche d'Irene. Intanto, tra i profughi trenitalioti v'era chi - gioiosamente - avvisava a casa del ritardo, spostava un appuntamento di lavoro, chiamava l'ospedale per disdire una prenotazione. La fatiscente pensilina davanti alla stazione di Castelrosso pare esser meta di giovani ambisesso immersi nel consumo di droghe leggere e birre in bottiglia. Su di essa pensilina, quattro fanciulle avevano chissà quando vergato con un pennarello bianco indelebile un paio di numeri di telefono di coetanei dediti a pratiche omosessuali, nonché una dichiarazione di fedeltà imperitura a Maria Giovanna.
Dopo un bel tot s'è affacciato all'orizzonte un convoglio traballante a passo d'uomo: il sostituto di Minuetto, grazie al quale siamo stati trasbordati a Chivasso e - sempre con serenità e compostezza - abbiamo atteso per una decina di minuti l'interregionale proveniente da Milano, in ritardo (per nostra fortuna) di mezz'ora. Qui, nulla da segnalare, se non una conversazione telefonica della signora Loredana di Aosta, riuscito mix genetico di Gegia e Luciana Turina, oltreché paziente del dottor Enzo Jannacci, che raccomandava l'amica Alice a un neurochirurgo, invitandolo là per là a un caffè, ma solo in caso si fosse trovato a Genova. A noi ascoltatori sfuggiva qualcosa, visto che il neurochirurgo, a detta di Loredana, visita a Milano, Torino, e Bra. Lo strepito della signora ha causato - allora sì - una certa indignazione, forse più per le conoscenze altolocate che per un effettivo fastidio. Si son viste distinte madame ergersi per osservarla meglio, si son sentiti attempati gentiluomini far Shhhh! più di una volta. Un sogghigno diffuso e malizioso perdurava anche in seguito alla telefonata, quando Alice (seduta di fronte a Loredana) affermava candidamente di non aver bisogno dell'intervento di alcun medico, e tantomeno di un neurochirurgo.
Un paio d'anni fa, dopo aver rimesso in sesto le quattro o cinque holding che compongono il sistema ferroviario italiano, Cimoli è accorso al salvataggio di Alitalia.
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annunciaziò annunciaziò:
uscì, e io sono qui.




















