Esploso e archiviato venerdì, 02 settembre 2005 in: musa, treni, ninfe, esiti resistenziali

E' il mondo che deve cambiare, non tu

Oggi il vezzoso Minuetto è stato sostituito da una spartana littorina sobbalzante, priva - ovviamente - di aria condizionata, ma riverniciata a dovere, e dai sedili non in legno, bensì imbottiti e foderati di bella e calda stoffa blu cobalto con tante effine verdi ricamate. Salgo che il treno è ancora fermo al binario. Mi si avvicina una ragazza che, mostrandomi un chilometrico da un euro e trenta cent, mi chiede fino a quale stazione potrebbe arrivare. Le dico che non lo so, e di rivolgersi al ferroviere che sta appunto seduto sulla panchina davanti al treno, e che vediamo dal finestrino. La ragazza, sui trenta, carina in quanto bionda, occhi grandi, belle forme messe in risalto da una maglietta blu aderente color sedili della littorina e un gonnellino bianco da tennista, unico neo la pelle con esiti acneici, ma vabbé, questa ragazza, dicevo, mi sembra un po' strana. Poco dopo osservo la scena che segue: Blondie tennista approccia il ferroviere sbracato in panchina, senza sandali e pertanto a piede libero, col riporto sverso e lucido di sudore e sebo, chiedendo che cosa ne può fare del biglietto da 1.30, gesticolando come chi nulla può contro le bizzarrie della vita ed esibendo una mimica facciale acconcia alla circostanza, ovvero sopracciglia sconsolate/sorprese e labbra un po' imbronciate e un po' sorridenti, da bimba. Come a voler significare che questi nostri treni, queste nostre tratte, questi nostri biglietti a questi nostri prezzi, sono proprio strani. Loro. Noi. Che non sia italiana? Il ferroviere, che nel frattempo è stato raggiunto da un paio di colleghi, perde l'aria da burocrate in svacco e concede a Blondina uno sguardo comprensivo; l'asseconda nel suo gioco siamo strani, è strana questa vita, t'à propi rason, e la fa salire, non capisco per quale destinazione. Io dal treno rido. Gli rido pure in faccia, a lui e ai suoi colleghi. Penso che per gli uomini la donna bambina è così rilassante. Una specie di oasi. (Ora è passato il controllore bofonchiando as drobu nanca al porti, porca vaca, mentre una signora anziana confessa a Blondie, in camera caritatis, di essere terrorizzata dall'elevatissima velocità che un interregionale può raggiungere. Forse non parla dei treni italiani. La ragazza fa un commento sull'Alta Velocità che il frastuono della littorina, rombante a pieno regime, non mi consente di cogliere.)

Com'è, come non è, ho appena cominciato a leggere La follia che viene dalle ninfe di Calasso, e decido che Blondie è un po' ninfa. Una ninfa, una fonte dalle belle acque, che ti attrae, ti fa riposare, ti incanta, e poi magari ti fotte, o magari no. Qualche bugia però te la dice, perché è birichina. Oppure ti mente perché si è arrabbiata, perché hai invaso il Suo Mondo.

E tu da dove vieni? Sento il controllore chiedere a una tipa che sta seduta dietro di me, e che quindi non posso vedere, Colombia, Madagascar? Marocco, risponde illa, e lui: In Marocco è un po' meglio che qui, vero? Un po' meglio. E lei: No, non è meglio, e mi sembra di vederla che scuote la testa.

Forse questo viaggio è un'epitome, ma non so di che, non essendo il povero Port del Tè nel deserto. La littorina si ferma, sbuffa, e tremolante riparte a ogni piccola stazione, e io continuo a pestare i tasti del portatile, a mirare incantata fuori dal finestrino i paesaggi di un'estate nordoccidentale ormai sfiorita, e a pensare alle Muse che - forse - hanno preso il posto delle Ninfe sull'Elicona, e alla mia Musa scemolina che non si fa tagliare le unghiòle ma si lascia annodare al collo un nastro rosso, e che non capisce mai quando parto e poi rimane immagonata ma solo dal secondo giorno della mia assenza, e poi ai campi di meliga ai lati della ferrovia, uguali a quelli in cui m'infilavo da bambina ed era come esplorare un mondo, un MioMondoproprioMio, che come tanti altri mondi ho un po' perso di vista negli ultimi trent'anni.

Opportunamente la ninfa sta illustrando al controllore le bellezze di Saturnia, con pozze e conche e cascatelle di acqua calda termale, ed è così giusto, e so che quell'uomo si sta immaginando - difatti - la Blondie sirena che sguazza e si spruzza nelle vasche naturali e si tuffa e riemerge in e da esse, e so - anche - che quell'uomo sta pensando di essere un tritone d'acqua dolce, un salamandrino birbantello in vena di scherzi, ma poi si riscuote, si alza e inizia a controllare i biglietti e mi rendo conto di aver fatto una vaccata. Ovvero, ho timbrato un biglietto Torino - Casale invece di uno Casale - Torino, e temo che mal me ne incoglierà. Già successo: proibitissimo, e foriero di inimmaginabili sanzioni. Non ho mai capito perché e non ho mai trovato un ferroviere che me lo sapesse spiegare: il numero di chilometri è lo stesso. Ma il controllore, qui, si dimostra ancora una volta pervaso dal buonsenso, dunque mi scrive una roba in calligrafia ferroviaria sul biglietto, ad uso di un eventuale collega troppo zelante. La rangiuma, mi rassicura, a la rangiuma. Poi mi augura buon lavoro e se ne va. Chissà se si può chiedere la residenza su questa littorina qua. Poi in primavera e in autunno è così bella, la tratta Casale - Chivasso.

CHIVASSO! Urla il controllore. Hai visto ce l'abbiamo fatta, siamo arrivati a tempo per la coincidenza, fa alla ninfa. Sorrido, e ho anche un po' un nodo in gola, e quest'evenienza mi dura ancora mentre salgo sul Milano - il terrificante interregionale iperveloce - dove un bambino gitano suona Il ballo della steppa con la fisarmonica, dove parlano forte, in inglese, e che puzza di cesso.

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