Esploso e archiviato domenica, 16 ottobre 2005 in: cuentos, pessimismo e fastidio, musa, gadole, sueños

Non hai mai voglia di tornare a casa?

- Quando hai riso, stavolta?
- Oh, al primo matrimonio quando Hugh dopo la figuraccia con l'amico cornuto dà le capocciate contro una piglia e una signora lo fissa e lui cerca di essere affabile e lei fugge sdegnata...
- Ah s
ì!
- E ho osservato meglio le mosse del fratello di Fiona durante tutto il film, meritava... e poi ai titoli di coda... c'era mad old man! Sono morta. Vecchio pazzo... ahah.
- Ma era pazzo! Quando entra in chiesta al matrimonio di Charles e il babbione del fratello di Fiona l'avvicina e gli chiede sposo o sposa e lui lo fissa con quegli occhi da bulldog incazzato e risponde: senta giovanotto, è chiaro che non sono né lo sposo né la sposa... ahahah! E a tavola con Charles? Troppo forte.
- E il discorso di Charles poco dopo, quello mi fa sempre morire... E quando hai pianto?
- Allora... quando si baciano la prima volta, dopo che hanno scopato la seconda volta, quando muore il grosso gay al matrimonio di lei col vecchio. E sai perché?
- Me l'immagino...
- Sempre il non rendersi conto e il non riconoscimento... quel tapino del suo fidanzato che fino a un momento prima rideva del discorso della sposa e fino a cinque minuti prima flirtava per gioco con un pastore...
- Che tristezza... era l'unico a non essersi accorto che il suo moroso stava crepando...
- Non ne sapeva nulla! Un'escalation di sofferenza, al funerale del gayone singhiozzavo, quel poveraccio che viene presentato dal prete come il migliore amico di quello morto che invece era l'amore della sua vita! Mia madre dormiva e la gatta che fino a un momento prima era sulle sue ginocchia ha traslocato sulle mie per consolarmi, ciccia...
- Che teeeneraaa! Io invece... ai titoli di coda, quand'è arrivata la foto di Fiona col principe Carlo, mi si è stretto il cuore.
- Sai che, guardandoli bene, nessuno in quelle foto aveva un'aria davvero felice? 

Acca due otto? Acca due otto? Pronto: qui accadueotto. Sono sommersa da libri di chimica, tra squadre e righelli, nel caldo vuoto e senza sentimenti della casa di quando sono bambina. Pronto, sì, pronto. Tuo padre è agrimensore? Non so, forse questi righelli... Tuo padre è agrimensore? Sì.

Precipito.

- Ich bin ein kleines Mädchen. È giusto?
- S
ì, rispondo alla bambina seduta alla scrivania. Davanti a lei c'è un ragazzo moro coi dread. Non devo fare io la traduzione, per fortuna. Ma quella sono io o è mia figlia? È bella, con la testa un po' inclinata sul quaderno, e una luce rossa che le illumina i capelli raccolti a coda di cavallo.

Nella vecchia casa, al piano terra, c'è una stanza che non è di nessuno. Sarebbe dello zio Giovanni, che però è morto, così come è morta sua madre, mia nonna Maria, cui la casa appartiene. In quella stanza ci devo dormire, e vado nella camera accanto per prendere le lenzuola. Attraverso uno stanzone buio senza pavimento, con delle piccole finestrelle alte. Ci sono aggeggi di metallo e di legno, tutti impolverati; rottami sospesi, oscillanti: assemblati strani e forse dotati di vita propria come certe robe di Tinguely. Nella penombra estiva, un signore verde: è una pianta di pisello, con la foglia per cappello. Il Lillo, bastardino nero e bianco dipinto di blu da me accovacciata su uno sgabellino.
Se esco, so di trovare un cancello arrugginito, e poi l'albicocco frondoso che fa la guardia all'orto della nonna, dove gioco col Bicio e coi suoi cugini milanesi antipatici, Sara e Dimitri, e con due miei cugini anche loro di Milano e anche loro un po' antipatici. In fondo all'orto c'
è un pozzo nero in cui quello sbruffone di Dimitri è sprofondato fino al collo. Noi ridiamo, ride anche sua sorella. Lui ne esce senza uno straccio d'aiuto da parte nostra, tutto lordo e puzzolente, e scappa piangendo a casa dalla nonna. Dietro all'orto, dopo il pozzo nero, corre un sentierino che, se preso a destra, costeggia gli orti di altre case. La prima è quella della Luisina, la piccoletta che ha sei anni meno di me, a cui rubo sempre dei giochi, la seconda quella di Bicio, nella cui corte si trema quando ci mette piede il Giustino, grande enorme e cattivissimo, per ricattarci, poi ci sono quelle di Piera - una bambina con le adenoidi e l'acetone a cui do il tormento, e di Manuela coi ricci biondi, con cui mi abbraccio e mi bacio sul divanetto al piano di sotto di casa sua, sotto gli occhi di sua madre. Ma è vero che dandosi i baci si fanno i bambini? Piera e Manuela sono amiche tra loro prima che mie, e mie compagne di scuola. Di orto in orto il sentierino porta sulla statale per Casale. Se dall'orto si prende a sinistra, la striscia sottile coperta d'erba passa dietro ai campi di meliga, pieni di bestie strane e colorate che neanche in Africa, e finisce su un'altra strada. Un tratto sull'asfalto e poi sulla destra c'è un altro sentiero ghiaioso che porta alla Bulla. Che è una pozza d'acqua stagnante con tanti pioppi intorno.
Ma non esco. Vado a prendere le cose per fare il letto nella camera dello zio Giovanni. Ecco, in una stanza che prima non c'era, un letto di legno a baldacchino e un armadio che apro per prendere un copripiumino bianco ricamato e due cuscini di piuma. Profumo forte di lavanda. C'è anche una televisione nell'armadio, danno I 400 colpi, e mi fermo a guardarlo. Sul letto sento che c'
è qualcuno, sotto un involto di coperte: è Gadole. Guardiamo il film. I genitori se ne sbattono del povero Antoinetto! Ogni tanto il groviglio di stoffa si muove. Il film non è ancora finito e io mi alzo per andare a fare il letto. Allora vedo che piano piano Gadole emerge dalle coltri e mi si avvicina lento. Ha la testa e la faccia fasciate di cotone turchese, come un tuareg. Quando è vicino vicino gli prendo il capo tra le mani e inizio a togliere la benda, e gradualmente appare il viso di Gadole: è sfigurato, gonfio, pieno di cicatrici. Anche gli occhi sono cambiati di colore: non più azzurri, marròn. E sono tanto stanchi. A fatica si alza e si toglie le ultime fasciature, mi sta davanti ed è curvo, storpio, con un fianco rientrante e piegato su se stesso.
- Puoi stare quanto vuoi, ma non puoi fermarti per la notte, mi dice.
- Va bene, dormo nella casa qui vicino...
Non vedo l'ora di andarmene.

Sono di nuovo in mezzo alle squadre e ai righelli. Tuo padre è agrimensore? No! Acca due otto, acca due otto... Ma va, è acca due o! Li vedi o no i due atomi che si tengono per mano con quell'altro un po' diverso?

Mi sveglio per via del camion della nettezza urbana. Stanotte ho abortito Gadole e adesso sono orfana, ho un sapore brutto in bocca e la melma nel cuore e nel cervello, forse Gadole stava buttato in un cassonetto e l'hanno portato via. Ma è possibile che io lo ami per il suo aspetto fisico? Che non riesca a togliermelo dalla mente non per la sua anima splendente e la sua versatilità artistica e il suo quoziente intellettivo abnorme e il suo amore per la speculazione filosofica e il suo odio per il calcio e tutta una serie di altre cose meno oggettive, ma solo perché è bellissimo? Il sogno mi preoccupa. I sogni con Gadole vogliono sempre dire qualcosa di reale, per esempio prima di uscire insieme la prima volta - nove anni fa - lo sognavo tutte le notti che mi portava in case diverse, di stanza in stanza, tenendomi per mano. Oppure qualche mese dopo, mentre scopava con un'altra, sognai che se ne sguazzava in mezzo a tanti preservativi colorati, come Paperon de' Paperoni tra i dollari, ma mi telefonava per dirmi di stare tranquilla, che tanto della tizia non gliene fregava niente. Ah. Quel che so è che Quattro Matrimoni e un Funerale è un ansiolitico per chi vive storie sparpagliate con un uomo che non si fa sentire per un sacco di tempo, e a sua volta non facendosi viva per anni. In mezzo si fa, si vive, si muore. Poi si torna. Magari. Magari no. Che poi, si torna dove? La Bulla non esiste più, se non nei sogni di noi bambine e bambini d'allora. Ci sono stata in motorino una quindicina d'anni fa: niente più stagno verde, niente più pioppi. Solo campi al sole. La terra più nuda, come la mia mente in quel momento, e più indifesa.

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