Fine ingloriosa di un demone minore
Antefatto. Variazione fantasy pulp su D. B.
Antefatto. Variazione fantasy pulp su D. B.Al crepuscolo in quel salone proprio non ci si vede, e Drogo ogni sera rischia di immolarsi senza un perché sulla roccia al centro della stanza in cui sono conficcate le spade degli avi.
Ma stasera Drogo non ha nessuna intenzione di crepare: sta aspettando lei - se solo avrà il coraggio di farsi viva - e se lui nel frattempo non si muoverà dal suo trono di marmo, onde evitare erronei spargimenti di sangue. Si accomoda dunque, ma in quella sente un rumore e si drizza di scatto, scorgendo nell'ombra non già le vagheggiate sembianze dell'amata bensì la dentatura giallastra del suo servitore, lo gnomo Graulin: - Tzerfe kvalkotza, zighnorre?
Nell'udire siffatta orrida pronuncia Drogo è colto da un moto di stizza e intima allo sgorbio di lasciarlo e di non farsi rivedere fino al mattino successivo, pena la sospensione a tempo indeterminato della paga; ma Graulin, ebbro per il vino tracannato e fors’anche d’indole non troppo pronta, non coglie la drammaticità del momento e sghignazza: - Anke kvezta zerra patrron Troko azpetta e azpetta, koza non zi za! Ah ah ah!
Non deve aggiungere altro perché Drogo furente e armato gli si avventi contro, a minacciarlo di morte violenta; ma quando lo gnomo si scosta di lato con un balzo, è il suo padrone a trafiggersi sulle spade conficcate nella roccia; e mentre inizia a zampillare sangue da una decina di ferite, non volendo darla vinta al servo si sistema la veste, addirittura fischietta; ed esalando l’ultimo respiro, sempre per darsi un contegno, guarda con un sopracciglio alzato le stelle fuori dalla finestra, e atteggia le labbra a un sorriso che si muta rapido in smorfia.
§
Uscito di corsa dalla stanza buia in cui Giovanni Drogo stava tirando le cuoia - e senza nemmeno domandarsi se, in nome del vincolo di servitù che lo legava al suo signore, gli spettasse adoperarsi per bloccare il peraltro inarrestabile stillicidio che lo stava menando al creatore - Graulin si ritrovò all’aperto, nella corte profumata e chiara di luna. Ogni residuo della sbornia della sera precedente s’era ormai dissolto, e i suoi occhietti cisposi e un po’ strabici si adattavano all’oscurità, mentre le orecchie a punta tentavano di captare anche il più piccolo rumore. Volse gli occhi al cielo, tentando di scrutare le stelle come aveva visto fare tante volte al suo padrone: non ne cavò un ragno dal buco; sputò. Vinto dalla stanchezza, si sarebbe sdraiato volentieri sulla paglia della scuderia, vicino alla giumenta Mariebelle, ma sapeva di dover rimanere vigile, ché molte cose - non sempre inanimate - di giorno mute e invisibili e di nessuna importanza, si palesavano la notte, ed era allora che gli esserini di piccola taglia come lui rischiavano financo la vita. Non desiderava altresì che gli fosse attribuita l'assurda fine del padrone, sicché alle prime luci dell'alba avrebbe tagliato la corda.
Un altissimo urlo, stridulo e modulato, squarciò il silenzio della campagna, provocando i sussulti dello gnomo impietrito e il destarsi di cani, oche, cavalli e galline con relativo repertorio di versi e tramestii sovrastati di repente dal raglio dell’asino Bastianino, che in duetto si alternò e tenne botta per una decina di secondi all’ente che aveva dato inizio al bailamme. Dalla foresta giunsero pure i tributi di civette, lupi e allocchi a gettare Graulin nel terrore più puro, tanto che cominciò a lanciarsi in modo disarticolato da un capo all’altro della corte, fino al limitare del bosco, in cerca di un rifugio; ma, respinto ora da uno stridore, ora da un urlo belluino, ora da una tenebra tanto profonda da fargli preferire la morte in luogo di penetrare anche solo con un’estremità quell’atrore, seguitò a sgambettare finché un corpo di pari velocità si scontrò col suo. L’omuncolo rotolò nella polvere tirandosi sulle orecchie il berrettone a cono floscio (regalo della nonna) e sbirciò l’indistinta massa bianca che, fuoriuscendo a mo’ di proiettile dalla dimora di Drogo, l’aveva ridotto a una sorta di boleto ansante e tremebondo.
- Giovanni… Giovanni mio! Ahimé misera, me sventurata! Cosa farò, dacché infine mi ero decisa a fuggire da Alceste, tristo e ferocissimo consorte, per congiungermi a Drogo, l’unico amor mio… Drogo adorato… Troppo a lungo, stolta, tergiversai! Ah!
Emesso un acuto straziante, la candida figura si accasciò e principiò a singhiozzare. Graulin aveva dalle sue parole compreso trattarsi di madamigella Salmina da Riccafonte, sposa fanciulla del visconde don Alceste Spadafora di Mezzastagione, energumeno attempato, nobile di genia ma non già di tratto, e per di più, si vociferava, stregone e alchimista.
- Matmuazl… Matmuazl Zalminà!
Lo gnomo ne sfiorò con delicatezza la veste all’altezza del ginocchio, che venne prontamente ritratto. Salmina si erse di scatto e lo fissò con occhi rossi e pieni di lacrime.
- Chi sei tu? Che vuoi?
- Zon Grraulin, al fostrr zervitzio, madam Zalminà. Foi non potette rimanerre kvi. Prefto tutta la zerrvitù sarà defta a kavsa tel ffraftvono, fi fkoprriranno. Tofete fucirre.
A fatica convinse madamigella a sollevarsi, ad appoggiarsi a lui e a intraprendere di buon passo il sentiero per il paese di Selvapetrosa, lungo il quale si trovava la deviazione che menava al dominio di Mezzastagione. Non di rado Salmina si parava affranta e scossa dal pianto, al che lo gnomo cercava di rianimarla ricordandole che, se il perfido Alceste si fosse accorto della sua assenza, terribile sarebbe stata la sua ira. Graulin temeva anche per la propria incolumità, quel lupo mannaro di Spadafora gli faceva passare tutti i sentimenti e avrebbe volentieri abbandonato la viscontessa al suo destino; tuttavia la poveretta lo muoveva a compassione, e inoltre non faceva che ripetere:
- L’amato mio bene non è venuto meno, se veglia e mi soccorre da lassù tramite l’operato del servo più dolce e fedele che sia mai esistito su questa terra desolata!
Recitando il rosario (madamigella Salmina era molto pia, e Graulin sperava di scongiurare le mefitiche influenze del visconde) e intonando le lodi mattutine tra umidi cori di ranocchi, i due viandanti giunsero infine nei pressi della magione avita degli Spadafora. Lo gnomo per poco non fuggì a gambe levate, ché per la prima volta rimirava un edificio così agghiacciante: in barba a tutte le leggi della statica, infatti, esso, a partire dal primo piano, si ingrandiva e si protendeva in guglie e archi sostenuti dal nulla, che sembravano voler inghiottire l’incauto visitatore.
In quella, un rumore di zoccoli spinse Graulin e Salmina a farsi da parte, nascondendosi dietro a un cespuglio a lato del sentiero; poco dopo, don Spadafora in persona, avvolto in un’atra zimarra, sfrecciò al galoppo su un altrettanto nero ronzino, robusto e dall’ampia schiena, sì da accoglierne l’obese terga. La nobildonna e lo gnomo si scambiarono uno sguardo d’intesa; ogni mattina prima dell’alba Alceste si allontanava dal castello per certe sue faccende, lasciando la dimora incustodita. Né era da temere un’intromissione da parte della servitù, che per disposizioni padronali non poteva pernottare a Mezzastagione e giungeva quindi ogni mattina intorno alle sette.
- Matmuazl karra, alorra ziamo appozto: potrrà tornarre zupito al kastelo. Non ha più pizoghno ti me!
- Matmuazl karra, alorra ziamo appozto: potrrà tornarre zupito al kastelo. Non ha più pizoghno ti me!
- Adorabile piccolo Graulino, come puoi pensare che io già non necessiti del tuo conforto? Scortami, te ne prego, fino alla dimora di mio marito, e ti compenserò degnamente!
Inutile dire che lo gnomo, vinto da una supplica pronunciata con voce tanto carezzevole, più che dalla promessa di regalìe, non seppe che acconsentire. Nell’avvicinarsi alla raccapricciante costruzione tuttavia la decisione estortagli venne messa alla prova almeno una ventina di volte, a causa della fauna e della flora che ne infestavano i pressi. Pozze dai vapori puteolenti, sorgenti di fanghi sobbollenti, attorno alle quali svolacchiavano goffi pennuti, simili a corvi, dal becco insanguinato che tornava a immergersi nelle interiora d'un fetido bottino: enormi pantegane, rattacci dalle frattaglie lustre e dalle lunghe code rosee, dotate, pareva, di vita propria, con movenze vermiformi.
Era ora Graulin a venir meno, non fosse stato per madamigella Salmina, la cui figura slanciata lo precedeva a indicargli il cammino, i capelli ondeggianti sui fianchi, le dita leggere a trattenere la veste; allorquando lo gnomo era sul punto di tornare indietro, la fanciulla, come ne fosse all’apparenza consapevole, si volgeva e, riprendendolo dolcemente con lo sguardo, accennava un sorriso e gli faceva cenno di seguirla; finché a un tratto la voce strozzata di Graulin interruppe il cammino di Salmina, che, accorsa nel punto in cui fino a pochi secondi prima trovavasi lo gnomo, riuscì ad afferrarne lo stinco, prima che anch’esso fosse fagocitato da una pianta carnivora di ragguardevoli dimensioni. Ella tirò e tirò finché lo gnomo fu espulso in una sorta di parto postumo. Zuppo di liquidi organici atti alla predigestione, Graulin si scosse tutto come un botolo; e lo spiacevole contrattempo, lungi dal dissuaderlo, ne rinforzò la caratteristica ostinazione gnòmica: - Ora pazta, kvel trripone malefiko me la pakerà!, sussurrò senza farsi sentire dalla viscontessa. Non aveva ancora ben compreso, infatti, la natura del legame che esisteva tra quell’ammaliatrice e il fosco carampano cui ella volente o nolente s’accompagnava, e sospettava che il matrimonio tra i due celasse altre complicità, come testimoniava l’arrendevolezza con cui la giovane aveva acconsentito a far ritorno al maniero; al che si contestava che l’infelice non aveva altro luogo cui tornare. E mentre in cotante sterili elucubrazioni si dibatteva, varcarono la soglia del castello, e Graulin distolse la vista dal battaglio del portone, lo scheletro di una mandibola dentata che picchiava sull’arcata superiore di un teschio capovolto, e sospirò, pensando che, infine, quel diavolaccio malnato di Spadafora forse era tutto fumo e niente arrosto.
Al centro dell’atrio fiocamente illuminato da poche torce sostarono e si scambiarono uno sguardo; Salmina, notò Graulin, si era fatta pallida e aveva gli occhi lucidi; tremava, come febbricitante, forse in preda al terrore. Lo gnomo stava per prendere congedo, quando alle spalle e poi intorno a sé avvertì un soffio potente e odoroso di incenso e zolfo, ed ecco dinnanzi ai due temerari l’imponente stazza del ghignante visconde Alceste da Mezzastagione, scuro e terribilissimo, che prontamente allungò il braccio per trarre a sé la moglie, e, costringendone la nuca a posizione affatto innaturale e infiggendo gli occhi di bragia in quelli della sfortunata, sibilò: - E voi da dove tornate, mia cara?
- Lo sapete, Alceste, e lasciatemi, ché mi fate male!, invocò, ora rossa in volto, madamigella Salmina, che a rafforzativo della richiesta pensò bene di conficcare le unghie nelle vicinanze della giugulare spadaforense.
Nel contemplare un simile quadretto di devozione coniugale, Graulin si sentì mancare, e scivolò poco a poco in direzione della parete destra, con l’intenzione, entrato in una zona d’ombra, di sgattaiolare inosservato fino all’uscita.
- TU! Tu, piccolo aborto d’un lanzichenecco, dove pensi di filartela?
Lo gnomo si trovò addosso il titolato in forma di toro dalle froge fumanti che prese a inseguirlo per tutto lo stanzone e rapidamente lo raggiunse, schiacciandolo contro una parete e lasciandolo più morto che vivo. Venne allora legato mani e piedi e dimenticato dall’ossesso.
Lo gnomo si trovò addosso il titolato in forma di toro dalle froge fumanti che prese a inseguirlo per tutto lo stanzone e rapidamente lo raggiunse, schiacciandolo contro una parete e lasciandolo più morto che vivo. Venne allora legato mani e piedi e dimenticato dall’ossesso.
- Sono appena tornato da un giro per il vicinato, madame: indovinate che cosa ho portato con me?, chiese mellifluo una volta riprese le sembianze umane; ma Salmina, in luogo di rispondere, fissava ora Graulin, ora Spadafora, con le sopracciglia aggrottate.
- Va bene, d’accordo, niente giochetti, niente sorprese… Vi siete stancata stanotte, vero? Ecco qua!, esclamò producendo un grosso sacco fino a quel momento rimasto nell’ombra, da cui fuoriuscì una mano inanellata e piena di sangue rappreso, che Graulin riconobbe come appartenente al suo padrone.
- Ora andrete ad accendere il fuoco? Ve ne prego, madame… siate ragionevole, abbiamo un paio d’ore prima che arrivi la servitù… non so nemmeno se faccio in tempo a scuoiarli entrambi, il piccoletto, qui - un’occhiata dell’omaccione fece sudare e tremare Graulin come mai in vita sua - dovrò forse lasciarlo per stanotte.
La giovane sposa, risollevato lo sguardo dall’insaccato informe e dall’arto, così parlò: - Alce, mio caro, sapete bene che ho sempre assecondato ogni vostro capriccio culinario… con devota partecipazione sono anche stata il vostro più abile aiutante alle battute di caccia… ma questa volta dico no, no e no. Non posso che oppormi a siffatta barbarie. E che diamine, voi, oh… scusate.
- Che intendete dire, Salmina? Non vi seguo, siete strana stamane, e vi rammento che stiamo perdendo tempo prezioso, fece spazientito lo Spadafora.
La giovane sposa, risollevato lo sguardo dall’insaccato informe e dall’arto, così parlò: - Alce, mio caro, sapete bene che ho sempre assecondato ogni vostro capriccio culinario… con devota partecipazione sono anche stata il vostro più abile aiutante alle battute di caccia… ma questa volta dico no, no e no. Non posso che oppormi a siffatta barbarie. E che diamine, voi, oh… scusate.
- Che intendete dire, Salmina? Non vi seguo, siete strana stamane, e vi rammento che stiamo perdendo tempo prezioso, fece spazientito lo Spadafora.
- Visconde, non comprendete… vi presentate con questo rigido fardello… e che dovremmo farne? Forse che ci è consono un simile pasto da jene, da avvoltoi? Ma lasciate che siano i corvi in giardino ad avventarsi su codesta carcassa! Non muoverò un dito per aiutarvi, questa volta.
- Mia adorata… mia a-do-ra-ta. Sapete meglio di me che quest’idiota si è privato della vita prima dell’ora stabilita! Ora è un po’ più duro, ma che sarà mai!, esclamò l’Alceste, dalle cui nari ricominciava a levarsi un fil di fumo.
- Ho detto NO. Salmina, col mento proteso in avanti, sfidava il consorte. Graulin, nel suo cantuccio, incassò il testone tra le spalle.
- E va bene! Va bene, dannata… beata la vostra cocciutaggine! Che cosa mi suggerite allora? Volete davvero che lo dia in pasto a quegli uccellacci in giardino?, urlò, quasi fuori di sé, mentre misurava a grandi passi il salone.
- E va bene! Va bene, dannata… beata la vostra cocciutaggine! Che cosa mi suggerite allora? Volete davvero che lo dia in pasto a quegli uccellacci in giardino?, urlò, quasi fuori di sé, mentre misurava a grandi passi il salone.
- Oh… vediamo, non saprei. Ma forse… sì, forse… Alcestino, perché non lo risuscitate?, se ne uscì la fanciulla con un mezzo sorriso.
- Voi siete fuori di senno, Salmina! O a che cosa viene tale bizzarro intendimento?
- Voi siete fuori di senno, Salmina! O a che cosa viene tale bizzarro intendimento?
- Semplice, mio caro… cercate di comprendere… voi avrete di nuovo carne fresca e succosa, nuovamente palpitante, e non dovrete far altro che accopparlo un’altra volta! Non capite? Suvvia… mi ritiro nelle cucine… non tardate!, e così fece.
Scuotendo la testa, ma deciso a portare a termine almeno parte del lavoro che si era prefissato per quella nottata, il visconde si accovacciò accanto al cadavere di Drogo. Erano secoli che non risuscitava alcuno; con uno sforzo di memoria richiamò la formula, i gesti; si preparò al momento in cui si sarebbe sentito venir meno: nel preciso istante in cui ridonava la vita, egli diveniva mortale. Uscivano da lui, e subito ne rientravano, mille e mille anni passati e futuri.
Scuotendo la testa, ma deciso a portare a termine almeno parte del lavoro che si era prefissato per quella nottata, il visconde si accovacciò accanto al cadavere di Drogo. Erano secoli che non risuscitava alcuno; con uno sforzo di memoria richiamò la formula, i gesti; si preparò al momento in cui si sarebbe sentito venir meno: nel preciso istante in cui ridonava la vita, egli diveniva mortale. Uscivano da lui, e subito ne rientravano, mille e mille anni passati e futuri.
Troppo tardi si avvide della fanciulla armata alle sue spalle; ormai tutto si compiva né v’era modo di arrestarlo, ovvero sì, ma non spettava a lui. Sicché mentre Drogo apriva gli occhi Alceste li serrava per sempre, consapevole di quanto stava accadendo e maledicendo la propria dabbenaggine.
A sottolineare una sì considerevole dipartita Graulin si sarebbe aspettato almeno una fiammata e un boato. Deluso, osservò l'imperturbata uxoricida che sorridente stringeva al petto la testa di Giovanni Drogo e la ninnava come fosse un neonato; non parevagli granché saggia opzione quella d'esser presente quando il suo rinato padrone avesse riacquistato appieno le facoltà. Scrutò lo spazio circostante alla ricerca di un utensile, di una via di scampo; nell’oscurità qualcosa brillava: erano, forse, i denti aguzzi di una pantegana. Ma questa è un’altra storia…
(2003. Illustrazione di Roberta Cavalli)
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