Esploso e archiviato giovedì, 27 aprile 2006 in: cuentos
Sceso a pianterreno, Pecorengo
Scorse in cortile un nonagenario a capo coperto da un feluco a strisce bianche rosse e verdi che, mani alle reni, dava spinte di bacino come a simulare un coito de piè.
- Nonno, si mangia, urlò.
- A ven!, rispose altrettanto stentoreo il vegliardo; e docilmente, a passetti strascicati, lo seguì in sala da pranzo.
Casa Pecorengo era così disposta: al pianterreno, dietro la porta d'entrata di prassi aperta nei mesi più miti, ed era quello il caso, una tenda in perline di plastica verde celava un breve disimpegno che dava adito a destra alla cucina con la sala da pranzo e a sinistra a una camera con bagno, a disposizione degli avi; di fronte alla porta una scala menava al primo piano, ove ubicavano le camere da letto dei genitori e dei figli e un secondo bagno. In cortile stavano una pergola sotto la quale, nella stagione generosa, si consumavano i pasti e, al pomeriggio, nonna Luigina sedeva intenta nei lavori di rammendo o di uncinetto; un dondolo mezzo arrugginito e cigolante, per anni deputato ad accogliere i sonni postprandiali dei piccoli Pecorengo; la cuccia di Balìn, il bastardino.
Gemma sopraggiungeva col vassoio di lasagne. A seguire, annunciò, arrosto lardellato di maiale con patate.
- Ma un po' d'insalata, mai?, fece un individuo dal viso sfigurato da rossetto e matita nera per occhi e dotato di una lunga chioma ricciuta, maglietta attillata giallonera e minigonna in jeans, mentre prendeva posto a tavola.
- E chi ca l'è sa bela madamìn?, domandò il nonno, avendo sollevato per un istante la testa dal piatto.
- Son io, nonno. Mirko.
- A iò 'n anvud anvertì: anduma ben, esclamò il vecchio congiungendo la punta del naso alla crosticina di besciamella.
- Dabòn, 'me ca t'è cumbinati?, intervenne Gemma.
Comparvero nel vano della porta Pecorengo padre e sua madre Luigina.
- A iuma propi facc na bela spasigià!, proclamò l'anziana signora.
- Propi bela, neh, mama?, le fece eco Giovanni, mentr'ella sorridente rispondeva: - Oh già!, e pareva sul punto di voler raccontare tutta la spedizione, per filo e per segno, bell'e che in piedi.
- Sà, setevi, fece Gemma senza tante cerimonie. Servì la pasta al forno agli ultimi arrivati che senza por tempo in mezzo s'accomodarono.
- Sono a buon punto con la lettera, comunicò Rufus, ritenendo, tra l'altro, di stornare l'attenzione materna da commensali ritardatari e conseguente raffreddamento delle vivande.
- Mirko... che ca t'à 'nsla testa?, chiese nonna Luigina osservando il nipote più giovane da sopra gli occhiali.
- Una parrucca, nonnèttola. Dopo mangiato vado all'oratorio, che c'è una festa.
A tale annuncio fecero seguito alcuni minuti di silenzio, dei quali Rufus volle approfittare per riproporre, se pure flebilmente, la novella: - Dicevo che ho quasi finito la lettera per il comm...
- Ma non sei un po' troppo vecchio?, sbottò Giovanni.
- Scusa, perché vecchio? O adesso o mai più!, disse Rufus. Se mai qualcuno si fosse interrogato sulla reale possibilità, per un essere umano, di asserire il medesimo concetto con un'intonazione al tempo supplichevole e spavalda, ora costui, o costei, avrebbe potuto darsi una risposta. - E poi, insomma, ne abbiamo parlato mille volte. In banca non ci voglio più stare..., biascicò. Ma, ahilui, a sovrastare tale testimonianza di autodeterminazione s'era nel contempo inserita la voce di Mirko, che in un crescendo sempre più stridulo proclamava la propria, altrettanta se non maggiore, ferma volontà a battere il sentiero della fede finché qualcuno al di sopra di loro - dei Pecorengo, s'intende -, qualcuno con la q maiuscola, l'avesse ritenuto necessario, brutti miscredenti e bigotti che non erano altro (nessuno ritenne di fargli notare la contraddizione in termini). L'oggetto del contendere, ovvero l'attività di animazione nei confronti di una decina di parrocchiani in età adolescenziale, scatenava periodicamente le discussioni più accese cui il convivio parentale avesse mai assistito.
- Siete solo degli ipocriti! Per voi essere cattolici vuol dire andare a messa la domenica, e basta!, concluse il giovane travestito.
- Eh no, basta lo dico io!, sbraitò Giovanni, mentre Gemma urlava: - Tüti scüsi! T'è mmachi in fagnan, t'à voeia d'fà gnente!
- Piantala con 'sta storia!, urlò a sua volta Mirko; al che la madre, alzando ulteriormente il volume, replicò: - Dico solo le cose come stanno!
- Entro un anno ti devi laureare, è ora di finirla, continuava intanto Giovanni.
- Che poi, se fossi davvero un buon cristiano come dici, staresti a casa ad assistere questi due poveri vecchi!, rimarcò Gemma.
- Ai pias vistisi da dona, sogghignò Rufus.
- Mej cüpiu che previ, borbottò nonno Paulìn, e si versò un bicchiere di vino rosso provocando la reazione della sua signora: - Ma deh... t'beivi 'ncura?
- Sapete che c'è? Andate tutti affanculo!, gridò Mirko levandosi da tavola e sistemandosi la mini sui fianchi; in un baleno portò fuori di casa le lunghe gambe fasciate da collant rossi coprenti. Dal cortile s'udì l'acuto abbaiare di Balìn come in preda a un accesso isterico.
- Anduma tücc a dà via i ciap!, esclamò il vecchietto mimando un brindisi.
- Ma vai, vai a farti ridere dietro da tutto il paese, va'! E ti, sta citu!, urlò Gemma, rivolta in ultimo non si capì se al cane o al suocero, afferrando la teglia e recandosi di gran carriera, ancorché basculante, in cucina, da cui tornò ingrugnita, reggendo un piatto ricolmo di carne e tuberi abbrustoliti: - A m'à fami brüsà la car, cul badola!
- Ma no, va nan..., fece Paulìn tirando su la testa e allungando il collo per visualizzare meglio il desinare.
- Sarà mica anche gaio? si chiese Giovanni mentre tagliava l'arrosto.
- Ci mancherebbe solo quello, neh! rispose la moglie passando i piatti.
La quiete sembrava ora spandersi sul desco, chiosata dall'andar di mandibole. Nè alcuno, visto il precedente, avrebbe osato introdurre nuovi elementi di discussione.
- Spo mai mangià tranquil an ti sa cà..., lamentò tuttavia Luigina, e di repente s'afflosciò sulla sedia, rovinando sul pavimento in graniglia.
Seguì una comprensibile confusione alla quale solo il consorte dell'anziana fu estraneo. Rufus, insieme al padre, trasportò a letto la nonna, invero solita a simili mancamenti, specie quando l'atmosfera casalinga si faceva rovente. I due uomini le rimboccarono le coltri, mentre la nuora le aspergeva le tempie di acqua fredda con l'ausilio di una salvietta. Giovanni le tenne la mano finché riaprì gli occhi. Nel frattempo Paulìn, terminato il pranzo, s'era sgranchito con ulteriori flessioni dal moto ondulatorio pseudocoitale ed era pronto a raggiungere la moglie per il sonnello.
A quel punto Pecorengo, con permesso,svirgolò in cortile e si abbattè sul dondolo. Qui, occhi rivolti al cielo e sopracciglia aggrottate, fu colto da ogni sorta di elucubrazioni relative alla propria dignità di giovane uomo, figlio maggiore e studente lavoratore: in particolare, si sentiva per l'ennesima volta retrocesso rispetto al fratello minore, al quale, per esempio, era stato - ed era tuttora - consentito di frequentare l'università pur in mancanza di un'occupazione lavorativa; a ben vedere, era la sua, di occupazione, a permettere a quello sfaticato di Mirketta (così amava appellare il fratello) di non dare esami da un biennio almeno. A soli diciannove anni Rufus, diplomato in ragioneria, era stato iniziato alla carriera bancaria grazie ai buoni auspici di uno zio scapolo da parte materna, tale Augusto Rosso detto Barba Güstu, seguendo le orme del quale avrebbe potuto aspirare, nel successivo quarantennio, a una sfavillante corsa professionale da sportellista a responsabile, magara nella prestigiosa sede centrale del maggior istituto di credito sabaudo. Nel contempo si era iscritto alla facoltà di economia e commercio a indirizzo internazionale presso l'Università degli Studi di Torino. Vagheggiava, egli, una carriera di consulenza in diritto internazionale dell'economia; quella stessa economia che, in versione domestica, insieme all'atavica diffidenza che sua madre nutriva verso un coacervo di elementi estranei al proprio controllo e alla soglia di casa, quali la tecnologia, le prospettive future, la società civile (meglio conosciuta in famiglia come la gent), aveva determinato le condizioni psicologiche affinché Rufus optasse, dopo le scuole superiori, per un'entrata immediata nel mondo del lavoro. Il suo apporto alla costituzione di joint venture avrebbe atteso; e poi, Pecorengo non ne sapeva di russo, figuriamoci di cinese; almeno per il momento.
Il deprimente flusso di coscienza fu interrotto dal Balìn che saltò sul dondolo e principiò a lappargli la mano destra che, come l'altra, se ne stava abbandonata sul sedile, a palmo in su; e, tuttavia, non bastò ad allietare Rufus il quale, giunto ancora una volta nei pressi del nucleo oscuro e devastante del proprio sconforto, ovvero la sfiducia che i congiunti, in particolare la madre, riponevano nelle sue capacità intellettive, a fronte del credito fiduciario illimitato di cui il fratello pareva disporre, si lasciò andare a interne farneticazioni di stampo paranoide e a esterne pacche sempre più decise sul dorso del bastardino che, emettendo un guaito di protesta, volò giù dal dondolo.
In quella, i fili di perline verdi si scomposero e comparve Gemma porgendogli un piatto: - Avevo fatto anche il tiramisù..., gli disse in tono quasi di scusa con un mezzo sorriso. Pure i successivi dieci minuti sorrisero a Pecorengo, che s'ingozzò di savoiardi inzuppati nel caffé e rum alternati a crema di mascarpone, zucchero, uova e amaretto di saronno spolverata di cacao amaro, suscitando la ricomparsa del Balìn, ora ai suoi piedi in regime di sudditanza.
Indi, rinfrancato, ascese ai propri - e del fratello - appartamenti.
Risedutosi alla scrivania, riaccese il portatile, riaprì "lettera bustomanno.doc" e di getto sostituì Eminente a Pregiatissimo. Si leccò un dito per agevolare la consultazione di uno sgualcito manualetto di consigli sulla redazione di lettere di presentazione per ogni evenienza, e quale che fosse il destinatario. Come si rammenterà, il giovane Pecorengo intendeva raccomandarsi all'attenzione del Commendator Bustomanno, personaggio piuttosto noto nell'ambiente del no profit, e anche del profit, subalpino, nella speranza che la laurea, finora sopita in disgrazia, non gli si tramandasse ai posteri unicamente in qualità di accessorio decorativo per pareti.
Rilesse quanto aveva scritto: ... sono, come da accordi telefonici con la Vostra Sua Segretaria, a presentarmi: Rufus Pecorengo. E proseguì: Ho conseguito nell'anno 2000 la Laurea a Pieni Voti in Economia dei Paesi in via di Sviluppo presso la Facoltà di Economia e Commercio, sotto la guida del compianto Professor Chevalier. Lavoro presso la Sede Centrale dell'Antica Banca Taurinense. Desidererei discutere con Lei di un mio possibile eventuale impiego in una delle Organizzazioni Non Governative da Lei presieduta, se ciò non Le arreca troppo disturbo sempre che ciò non Le arrechi troppo disturbo. Da vent'anni sempre pratico attività di volontariato nella Parrocchia della mia città. Per maggiori informazioni allego il mio Curriculum Vitae et Studiorum, comprensivo dei dati sensibili alla privacy.
Il giovane riteneva potesse bastare; il testo era volutamente audace, ad esprimere maturità e determinazione. Si chiese se ne trasparisse anche devozione. Rilesse, tìtube, cercando nella propria memoria una formula conclusiva che racchiudesse anche una velata allusione alla disponibilità a lavoro fuori orario, mal pagato, in condizioni di esito incerto e magara in preda alla furia degli elementi. Pecorengo voleva spiccare il volo: non si sarebbe preclusa alcuna possibilità. Tuffò ancora una volta il cranio crespo e imbrillantinato ne La Perfetta Lettera di Presentazione, mentre la palpebra gli si faceva pesante almeno quanto il pranzo materno. Si assopì e per una trentina di secondi ebbe la visione del professor Caio Tullio Chevalier, in panciotto e papillon di seta, il monocolo sussultante sul petto, che agitava il bastone da passeggio verso di lui, urlando: Trope de maiuscolé, Pecorengò, te le fico in culò! E tu lo sa, lo sa che non va bien, te lo deto tante volte... Ahn! Creten! Tu me fa morir... Risvegliatosi a causa del proprio urlo di terrore, Rufus si raddrizzò di scatto e riprese a scrivere: Non esiti pertanto a rivolgersi al nostro Servizio Clienti, di cui trova in calce il numero verde gratuito. Cordiali saluti. Stampò. Firmò. In quel momento, Balìn gli portò il guinzaglio: riflettendo che ancora una volta si era guadagnato la giornata - prefestiva, per di più - imbustò la lettera, deciso a portarla con sé in passeggiata, per affrancarla e imbucarla. Prese il cardigan finto Missoni anni '80 che sua madre gli aveva comprato in merceria, se lo gettò su una spalla e, seguito dal cagnetto scodinzolante, uscì nella luce radente di quel tardo pomeriggio settembrino.
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